La bandiera siciliana

La Bandiera Siciliana è nata il 3 aprile 1282, durante la Rivoluzione del Vespro. Rappresentava l’unità del popolo siciliano intento a scacciare dall’isola gli Angioini. 

  • DESCRIZIONE

 

La bandiera è costituita da un drappo di forma rettangolare di colore rosso e giallo con al centro la Triscele, il Gorgoneion e le spighe. I colori riprendono il rosso della città di Palermo e il giallo di Corleone, importante centro agricolo. 

 

  • LA TRISCELE

La triscele è un termine araldico che illustra una figura femminile composta da tre gambe in movimento. Il simbolo è presente anche nella cultura mesopotamica, americana e indiana. La Trinacria rappresenta i tre promontori più estremi dell’isola: Capo Lilibeo, Capo Passero, Capo Peloro.

  • IL GORGONEION

G. L. Bernini, Medusa, Musei capitolini.

 

Nella mitologia greca il termine “gorgone” indica le figlie di Forco e Ceto: Steno, Euriale e Medusa. Le tre sorelle avevano ali d’oro, mani artigliate di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le fissasse negli occhi. Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozzò la testa guardando la sua immagine riflessa nel suo scudo. Nella versione siciliana il serpente rappresenta la saggezza. 

 

 

Allo stemma furono poi aggiunte le spighe di grano, non solo per la fertilità del terreno della regione, ma anche perché la Sicilia fu la  provincia ‘granaio’ dell’Impero Romano.

Nel 1962, sulla collinetta di Castellazzo di Palma è stata rinvenuta una ceramica in terracotta, che riportava il simbolo della triscele. Lo stesso simbolo è stato ritrovato nei pressi di Gela. Entrambi i reperti, ora presso il Museo Archeologico di Agrigento, sono stati fatti risalire al VII secolo a.C. e confermerebbero i rapporti tra Micene e Sicilia.

 

LATTE DI CUORE E LATTE DI SPALLA

L’allattamento ha una funzione vitale e collega la madre al bambino. Anticamente le donne siciliane davano adito ad una credenza popolare, che distingueva il latte di cuore dal latte di spalla.

Il latte di cuore era considerato di scarsa qualità, dal momento che il cuore, sede dei sentimenti, avrebbe potuto trasmettere, tramite il fluido del latte, emozioni negative al bambino, esponendolo a seri rischi. Pertanto, onde evitare ripercussioni, era bene che la madre svuotasse il suo seno del latte ‘scantatu’ e aspettasse qualche giorno prima di riprendere l’allattamento. Si riteneva che il latte di cuore avesse una consistenza acquosa (in siciliano ‘lentu’=leggero) e fosse insufficiente a soddisfare un neonato, a differenza del latte di spalla che si presentava denso, cremoso e ricco di sostanze nutritive. Inoltre, si credeva che chi allattasse di spalla avvertisse una sorta di formicolio proveniente dalla spalla destra, causato dal flusso spedito del latte.

Addirittura c’era chi pensava che la diversità dei sessi influenzasse in qualche modo la qualità del latte. Durante la gravidanza si usava prendere una moneta e intingerla nel latte materno per poi lanciarla verso una parete: se la moneta fosse scivolata verso terra, allora il latte sarebbe stato di cuore e la donna avrebbe partorito una femmina, mentre se la moneta fosse rimasta attaccata alla parete, la donna avrebbe dato alla luce un maschio e lo avrebbe nutrito con latte di spalla.

La credenza del ‘latti scantatu’ era piuttosto comune al sud Italia: in Salento il latte di cuore era noto come latte di testa; a Catanzaro lo chiamavano latte di petto o caprino, in quanto simile alla scarsa densità del latte di capra. Per ulteriori informazioni su questo argomento antropologico che affonda le sue radici proprio nella nostra cultura siciliana si rimanda al libro a cura del professore Salvatore D’Onofrio, docente presso l’Università degli Studi di Palermo, intitolato “Les fluides d’Aristote: lait, sang et sperme dans l’Italie du Sud” (“I fluidi di Aristotele: latte, sangue e sperma nell’Italia del Sud”).

I fluidi di Aristotele: latte, sangue e sperma nell’Italia del Sud