ANTROPOGENESI (L’origine dell’uomo)

Il 24 novembre 1859 il naturalista britannico C. Darwin diede alle stampe l’Origine delle specie, un’opera rivoluzionaria in cui è presentata la teoria della selezione naturale, secondo cui tutte le specie viventi sono il risultato di una lunga evoluzione. I sette miliardi e mezzo di esseri umani, che abitano questo pianeta, rappresentano l’ultima fronda di un processo evolutivo che ha oscurato una parte sottostante assai più ramificata, in cui c’erano più specie contemporaneamente presenti. Alla fine solo una di esse sopravvisse: l’homo sapiens.  

L’albero genealogico dell’uomo (riadattato dallo Smithsonian’s National Museum of Natural History).

L’allontanamento della placca nubiana da quella somala ha creato una spaccatura nel terreno e il conseguente sollevamento dei sedimenti più profondi, facendo riemergere fossili di milioni di anni fa. I sedimenti, di origine vulcanica, sono stati datati con precisione grazie alla metodologia radiometrica. Ciò ha permesso di stabilire che la separazione tra la linea evolutiva degli uomini e quella delle scimmie antropomorfe è avvenuta tra i 7 e i 5 milioni di anni fa. 

In Africa orientale sono stati rinvenuti i fossili dellArdipithecus ramidus, datati circa 5 milioni di anni fa. Questi antenati avevano un’andatura bipede, lunghe braccia e l’alluce opponibile, ideale per afferrare i rami.

© Lucy – H. Lorren Au Jr/ZUMA Press/Corbis

Nel 1924 l’antropologo Raymound Dart scoprì presso la località di Taung, in Sudafrica, i resti dello scheletro di un ominide morto all’età di circa tre anni, che ricevette la denominazione scientifica di Australopithecus africanus. Il cervello dell’ Australopithecus era simile a quello delle scimmie, ma la dentatura e la posizione eretta lo accostavano alla specie umana. Al Museum of Natural History di Cleveland sono conservati i resti dello scheletro di Lucy, un’ominide donna rinvenuto in Etiopia nel 1974 e classificato come Australopithecus afarensis.

Nel 1959 i coniugi Leakey nella gola di Olduvai (Tanzania) scoprirono l’Homo habilis, il primo ominide a produrre strumenti in pietra scheggiata chiamata Chopper, un ciottolo di pietra con l’estremità aguzza e tagliente, usata per scarnificare. Grazie a questi utensili, l’alimentazione dell’ominide non dipese più dalla sola raccolta di frutta e radici, ma anche dalla cacciagione. Gli animali non contribuirono solo ad arricchire l’organismo umano di proteine, ma le loro pelli furono altresì utili per ripararsi dal freddo e dalle intemperie; dalle loro zanne, corna e ossa i primi uomini ricavarono armi, strumenti e ornamenti; infine dai tendini e crini dei bovini ricavarono il materiale per abbozzare una prima forma di tessitura. Queste conoscenze si svilupparono in un tempo lunghissimo, ma già da quel primo colpo di pietra scagliato dall’homo habilis è possibile cogliere la lungimiranza di un’evoluzione tecnica che avrebbe condotto all’ingegnosità dell’uomo moderno.

Con l’homo habilis ha inizio il Paleolitico (dal greco: παλαιός, antico, e λίθος, pietra, ossia “età della pietra antica”), il primo periodo della Preistoria. L’homo habilis viveva in Africa circa 2,5 milioni di anni fa e si seppe adattare ad un ambiente più secco della foresta, spostandosi nella savana.

In Asia sono stati rinvenuti resti di un altro ominide: l’homo erectus, vissuto 1,8 milioni di anni fa. L’homo erectus viveva in gruppi di suoi simili, conduceva una vita nomade e acquisì la capacità di produrre e conservare il fuoco. Con la scoperta del fuoco, l’uomo riuscì a superare la paura dell’ignoto e a sfruttare i benefici della natura. Il fuoco, infatti, portò calore, illuminò le oscurità notturne, tenne lontane le fiere e rese le carni della selvaggina più tenere, quindi più digeribili.

In Spagna, nella Gran Dolina Atapuerca, sono stati rinvenuti i resti dell‘homo antecessor (8.000 anni fa). Il primo ominide italiano fu l’homo di Ceprano, in provincia di Frosinone, i cui resti fossili, riconducibili alla calotta cranica, sono datati tra 900 e 450 mila anni fa. Secondo Giorgio Manzi è bene ritenere in attesa di un confronto diretto, i reperti spagnoli e quello italiano come appartenenti alla medesima specie.

Fonte: http://publicadosbrasil.blogspot.com/2019/03/neandertais-e-humanos-primitivos-podem.html

Nel 1856, nella valle del Neander, in Germania, furono ritrovati i resti dell’homo neanderthalensis: un ominide vissuto nel Paleolitico medio (200.000 – 40.000 anni fa), che popola l’Europa e il Medio Oriente. Gli studiosi ipotizzano che questa specie si sia originata, circa 250.000 anni fa, dalla variante europea di Homo heidelbergensis. Fisicamente robusti con una protuberanza nella parte posteriore del cranio detta “chignon” e l’arcata dentale protesa in avanti, l’uomo di Neanderthal era un abile cacciatore e dava sepoltura ai morti, probabilmente per evitare che gli animali si cibassero dei cadaveri. L’homo di Neanderthal era basso e tarchiato, ovvero aveva una conformità corporea tipica di un ambiente glaciale. L’apparente somiglianza con l’homo sapiens ha fatto sì che il Neanderthal ne venisse considerato un progenitore, ma grazie all’analisi del DNA si è appurato che Sapiens e Neanderthal sono due specie diverse e non una l’evoluzione dell’altra. Queste due specie, infatti, sono coesistite e nel Vicino Oriente circa 100.000 anni fa si sono incontrati, convivendo in Europa per un periodo che si aggira intorno ai 5.000 anni.

Perché l’homo sapiens è prevalso sull’homo di Neanderthal?

Secondo il biologo evoluzionista Giorgio Manzi, ciò è stato possibile per il principio di esclusione competitiva, in base al quale non possono esistere due specie nello stesso posto che occupino gli stessi spazi, vivano allo stesso modo e caccino gli stessi animali. Prima o poi una delle due è destinata a scomparire. Nel giro di un migliaio di anni, infatti, gli uomini di Neanderthal si sono estinti, permettendo così ai Sapiens di popolare il pianeta . 

Per il paletnologo Fabio Martini il primato dei Sapiens risiede nella Comunicazione, intendendo con essa la capacità di inserirsi nell’ambiente e tramandare conoscenza. Si tratta di un approccio che trascende l’aspetto prettamente verbale, includendo contenuti simbolici. L’homo sapiens è stato l’unico ominide ad acquisire la capacità di rappresentare in forma simbolica la realtà, creando espressioni artistiche in grado di trasmettere ai posteri affascinanti squarci di vita pubblica e privata. 

 

LE ORIGINI DELL’UNIVERSO

Fino al 1924 si credeva che la galassia fosse l’intero universo; poi, con il telescopio di Mount Wilson, gli astronomi scoprirono che la nostra galassia è solo una fra le tante e che l’universo è immensamente più grande.

I modelli che hanno tentato di dare una spiegazione alla nascita e all’evoluzione dell’universo sono stati due:

– il modello stazionario in cui l’universo in espansione è caratterizzato da una continua creazione di materia che ne garantisce il mantenimento. 

– il modello inflazionario secondo il quale l’universo non è sempre esistito, ma è nato in seguito a una grande deflagrazione  nota come Big Bang , termine coniato nel 1949 da Fred Hoyle, durante un programma radiofonico sulla BBC per denigrare la teoria del “Grande Scoppio”. La Big Bang theory è stata formulata da Alexander Friedmann nel 1929 e completata da George Gamow nel 1940.

In origine tutto era concentrato in un atomo, dalla densità e gravità infinite: tempo e spazio erano azzerati e la temperatura era elevatissima. Il nucleo di energia è esploso e ha cominciato a dilatarsi, creando lo spazio in cui si espandeva. In una frazione infinitesima di secondo, il volume dell’Universo crebbe miliardi di volte, mentre la temperatura scese rapidamente. L’energia si condensò prima in particelle elementari (elettroni, protoni, neutroni,antielettroni, fotoni, neutrini, ecc. ), poi nei primi nuclei atomici. L’Universo rimase una nebulosa di radiazioni e gas, finché elettroni e nuclei si unirono, formando un gas di idrogeno e, in parte minore, di elio. Dopo milioni di anni si erano già formati i primi agglomerati di materia, che aggregandosi a loro volta per l’attrazione gravitazionale, daranno vita a stelle e a tutti gli altri corpi celesti.

  • L’ESPANSIONE DELL’UNIVERSO E LA RADIAZIONE COSMICA

 

La Big Bang Theory è suffragata dalla legge sull’espansione dell’universo di Edwin Hubble. Nel 1929 l’astronomo e astrofisico statunitense Hubble scoprì che le galassie si allontanano alla velocità di migliaia di km/s e più è grande la loro distanza dalla Terra e più è alta la velocità di allontanamento. La sua ricerca scientifica ha permesso di calcolare le distanze nello spazio e di stimare all’incirca l’età dell’Universo.

Ad accreditare il modello inflazionario è anche la scoperta della radiazione cosmica, ovvero l’espulsione elettromagnetica originata pochi istanti dopo il Big Bang, che fu individuata da A. Penzias e R. Wilson. Nel 1965 i due ricercatori americani stavano mettendo a punto un’antenna per seguire alcuni satelliti artificiali messi in orbita per le comunicazioni. L’antenna captava microonde che provenivano con uguale intensità da tutte le direzioni dello spazio. Si trattava di un resto della radiazione primordiale.

Potrebbe interessarti ⇒ Tributo a Stephen Hawking: l’astrofisico della ‘Teoria del Tutto’