PITAGORA

PITAGORA

Nacque a Samo, ma verso il 530 a. C. fuggì a causa della tirannide di Policrate, ostile al vecchio dominio degli aristocratici. Si recò a Crotone nella Magna Grecia, ove fondò la scuola dei pitagorici. Crotone fu sconvolta poi da una rivolta democratica, che sfociò nell’incendio dell’edificio dei pitagorici, uccidendone alcuni. Si narra che Pitagora riparò a Locri e poi a Metaponto. Perseguitato si arresterà di fronte ad un campo di fave.

Secondo la credenza pitagorica le anime dei morti ritornavano in vita attraverso le fave, quindi cibarsene avrebbe ostacolato il loro passaggio.

L’insegnamento di Pitagora si sviluppava per gradi, secondo un modello iniziatico tipico delle sette. I membri erano tenuti a mantenere il silenzio. Da qui la leggenda di Ippaso, ucciso per aver divulgato la dottrina dell‘incommensurabilità della diagonale col lato del quadrato.

I pitagorici erano per un sapere elitario – piramidale, contrariamente ai milesi, che erano favorevoli ad un sapere aperto, circolare ed orizzontale. Nella scuola pitagorica gli acusmatici si limitavano ad ascoltare i precetti e a seguirli. Per un periodo dovevano rinunciare a parlare (afasia), affinché si abituassero ad ascoltare e a ragionare prima di comunicare. I matematici, invece, erano coloro che pervenivano alla conoscenza dei μάθημα (máthema), elementi di aritmetica, geometria, astronomia e musica. Nell’ambito della geometria la scuola di Pitagora diede un grande contributo, basti pensare al teorema di Pitagora, che asserisce che la somma dei quadrati dei cateti è equivalente al quadrato dell’ipotenusa. 

Pari v.s. Dispari

Per i Pitagorici il numero 1 è un non numero, in quanto se aggiunto ad un numero pari dà un numero dispari e viceversa. La decade (10) esprime la perfezione, perché è la somma dei primi quattro numeri. La tetrade (4) è un numero sacro, perché il quadrato è divisibile in due parti uguali e rendere giustizia significa dare egualmente l’uguale all’uguale. Pitagora riconduceva tutto ai numeri (Archè), i quali sono divisi in:

  • Pari: imperfetti, aperti, molti. Emblema del male, delle tenebre e della donna.

    10

  • Parimpari: equilibrio
  • Impari: perfetti e chiusi. Emblema del bene, della luce, dell’uno e dell’uomo.

Secondo la tradizione Pitagora era abile nelle capacità predittive e aveva una straordinaria memoria. Tra i suoi rivestiva quasi un potere magico, perché in molti attestavano che fosse un guaritore, che placava le tempeste e interrompeva persino le pestilenze.

MONOCORDE

Tra le altre cose, Pitagora era anche un compositore ed esperto di musica. Egli credeva che l’universo fosse un immenso monocorde tra cielo e terra. Il monocorde è uno strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza tra due ponti, e posata su un terzo ponte intermedio che può essere spostato in modo da dividere la corda a piacere e ottenere suoni di altezza variabile. Il termine “cosmo” è sinonimo di armonia universale, intesa come l’insieme delle relazioni matematiche a cui corrispondono delle “armonie musicali”.

COSMOLOGIA PITAGORICA

L’unità  ha un corrispettivo cosmologico nel fuoco, una sfera (la più perfetta delle figure geometriche in cui tutto sta alla stessa distanza dal centro). Pitagora aveva una visione del cosmo non geocentrica: la terra non sta al centro del cosmo, ma ruota in senso antiorario intorno al fuoco centrale, come tutti gli altri corpi celesti, che si muovono lungo orbite sferiche concentriche, ciascuno bilanciato da un altro, in posizione opposta.

Alle discipline scientifiche si ancoravano le dottrine sul destino delle anime, le quali dovevano prepararsi ad accedere ad una vita beata, dopo essere passate attraverso una serie di trasmigrazioni, ossia di reincarnazioni (metempsicosi). Il divieto di mangiare la carne spiega la necessità di rispettare il valore dell’anima che abita ogni corpo animale. Nei Pitagorici, infatti, vi è la responsabilità di educare l’anima in vista di una vita migliore dopo la morte. Per Pitagora il corpo era la prigione dell’anima. Ciò anticipa il dialogo dell’immortalità dell’anima di Platone (Fedone) di cui si parlerà nelle prossime lezioni.

 

 

 

GLI ALTRI MILESII

Mileto fu il luogo di nascita di personalità eclettiche e curiose. Accanto alla celebre triade (TaleteAnassimandroAnassìmene) è possibile annoverare altri nomi come:

  1. ALESSANDRO CORNELIO POLIISTORE : Grammatico vissuto nella tarda età repubblicana (I sec. a. C.). Scrisse opere antologiche ed erudite di carattere storico – geografico. Fu fatto prigioniero dai romani durante le guerre mitridatiche (88-85 a. C.). Grazie alle sue doti di pedagogo fu liberato, assumendo il tria nomina del patrono: Cornelio. Il suo libro Sulla Giudea fu utilizzato dallo storico romano Flavio Giuseppe.
  2. ARCTINO: Poeta epico vissuto al tempo delle prime olimpiadi (tra il 775 – 741 a. C.) Scrisse poemi  appartenenti al ciclo troiano, che non ci sono pervenuti, ma di cui abbiamo testimonianza nella Crestomanzia di Proclo (Χρηστοµαθία γραµµατική della quale sono rimasti alcuni frammenti citati da Fozio). L’Etiopide (in cinque libri) narra l’avvento delle Amazzoni sotto Pentesilea, in aiuto di Priamo, e del loro sterminio da parte di Achille; della venuta dell’etiope Memnone, figlio di Titone e di Eos, anch’egli sconfitto dall’eroe greco. Il poema si conclude con la morte di Achille, ferito mortalmente al tallone da Paride con l’aiuto di Febo Apollo, e  la contesa tra Odisseo ed Aiace Telamonio per chi dovesse aggiudicarsi le armi del pelide. L’Iliou Persis (in due libri), invece, narra la presa e il sacco della città di Ilo. 
  3. ARISTIDE: Scrittore vissuto intorno al II a. C. Scrisse una raccolta di novelle, le Milesiakà (Μιλησιακά), tradotte in latino da Lucio Cornelio Sisenna, di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti. I contenuti, a sfondo erotico, celebravano l’ingegno di seduttori e donne licenziose. Una caratteristica è l’inserimento di altri racconti all’interno della cornice principale (Cfr. Petronio “Satyricon” Apuleio “Le Metamorfosi”). Ovidio, accusato di immoralità per aver scritto l’Ars amatoria, nei Tristia accenna all’opera di Aristide parlando di «Milesia crimina», espressione che ne sottolinea l’aspetto libertino. 
  4. ECATEO: Geografo e storico vissuto tra la fine VI – inizi V a. C. Un frammento di Suda attesta che egli fu il primo storico a scrivere in prosa. Erodoto racconta che Ecateo tentò invano di dissuadere i suoi concittadini dall’entrare in guerra contro i Persiani, enumerando tutti i popoli dominati da Dario. In seguito fu poi tra gli ambasciatori che trattarono la pace col satrapo Artaferne.                                          Ecateo scrisse in dialetto ionico e con uno stile semplice:
    Periegèsi ο Giro della Terra (Περιηγήσις): opera in due libri che descriveva i suoi viaggi lungo il periplo del Mediterraneo sia dal punto di vista geografico che storico-antropologico. Come Anassimandro, anch’egli disegnò una carta della Terra, raffigurata come un grande disco ove le terre, divise in due continenti di uguale estensione, erano circondate dall’Oceano: Europa a nord ed Asia (con Libia, cioè Africa) a sud.     – Le Genealogie (Γενεαλογίαι): un’opera in 4 libri di natura storica-genealogica, che intendeva esporre cronologicamente episodi mitici e fatti storici. Ecateo tentò una razionalizzazione dei miti. Ad esempio, avendo esperito personalmente che non vi fosse alcuna via di accesso all’Ade presso il Tenaro, comprese che Eracle non portò a Euristeo un cane infernale di nome Cerbero, ma un serpente chiamato “cane di Ade” a causa del suo veleno letale. In questo modo prese le distanze dal mito, dimostrando di riuscire a estrapolare dalla leggenda una spiegazione logico – razionale. 
  5. ESCHINE: Retore del I secolo a. C. Insieme ad Eschilo di Cnido, Menecle e Ierocle d’Alabanda, fu rappresentante dell’asianesimo, uno stile oratorio ellenistico sorto ad Atene nel III sec. a. C., che ha come caratteristiche artificiosità linguistica e frasi spezzate. 
  6. ESICHIO: lessicografo vissuto a cavallo tra V e VI secolo d.C, detto Illùstrios. Scrisse Storia universale (Βιβλίον ἱστορικὸν ὡς ἐν συνόψει κοσμικῆς ἱστορίας) un’opera in sei libri che narra i fatti storici dal regno assiro di Belo, sino alla morte dell’imperatore Anastasio I Dikoros (491 – 518). Di quest’opera è stato tramandato un ampio frammento appartenente al sesto libro, in cui è trattata la storia di Bisanzio. A lui sono attribuiti anche  uno scritto di carattere storico dedicato al regno di Giustino (518-527) e un Nomenclatore (᾿Ονοματολόγος), una raccolta di notizie sugli autori antichi, elencati in ordine cronologico e classificati per categorie letterarie (poeti, filosofi, ecc.) che non c’è pervenuta, ma un suo estratto fu utile al patriarca Fozio e alla stesura del lessico di Suda. 
  7. FOCILIDEpoeta elegiaco attivo nella seconda metà del VI secolo a.C. Le sue massime divennero proverbiali e ognuna è introdotta dalla formula “anche questo è di Focìlide” (καὶ τόδε Φωκυλίδεω). Ci sono pervenuti solo diciotto frammenti in distici elegiaci o in esametri di massimo tre versi, in cui l’autore esprime la sua misoginia, loda la giustizia e l’agricoltura e riporta alcuni episodi storici, come la distruzione di Ninive (612 a. C.) ad opera di Ciassare, re dei Medi.
  8. IPPODAMO architetto vissuto fra la fine del VI e la seconda metà del V secolo a.C. che teorizzò per primo la necessità di progettare schemi planimetrici regolari a livello urbanistico. Dopo le guerre persiane gli fu affidata da Pericle la costruzione della zona portuale del Pireo (presso Atene) e intorno al 445-444 a. C. partecipò alla fondazione di Turii, in Magna Grecia.                                  Aristotele gli attribuisce uno schema a griglia con strade intersecanti ad angolo retto, delimitando gli isolati residenziali, le aree sacre (templi) e spazi pubblici per le attività commerciali, culturali e il confronto politico. In questa città ideale gli abitanti non avrebbero dovuto superare la soglia dei 10.000 e sarebbero stati divisi in tre classi: artigiani, agricoltori e soldati.  Nello schema ippodameo le poche strade ortogonali (πλατεῖαι, platêiai) si intersecano con una fitta rete di strade secondarie (στενωποί, stenōpói), dividendo lo spazio in isolati quadrangolari regolari. Tale piano urbanistico era già stato applicato in età arcaica nelle città coloniali d’Occidente (Megara Iblea, Imera, Agrigento, Naxos e Metaponto).
  9. ISIDORO architetto bizantino che con Antemio di Tralle progettò la maestosa Basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli su commissione di Giustiniano I. Isidoro fu determinante per la trasmissione degli scritti di Eutocio di Ascalona, ovvero commentari sulla matematica di Archimede e Apolonnio.
  10. LEUCIPPO Filosofo vissuto nella prima metà del V a. C. di cui si hanno così poche notizie da indurre i critici persino a negarne l’esistenza. Secondo Diogene Laerzio abbandonò Mileto dopo la rivoluzione aristocratica del 450 a. C. per recarsi ad Elea (odierna Velia in provincia di Salerno), dove sarebbe stato allievo di Zenone. In seguito si recò ad Abdera (Tracia), dove conobbe Democrito e con lui fondò la concezione filosofica dell’atomismo, di cui si parlerà meglio in seguito.

BIBLIOGRAFIA

  • F. Jacoby, Die Fragmente der griechischen Historiker, Berlino 1923 .
  • A. Severyns, Recherches sur la Chrestomathie de Proclos, I-IV, Paris 1938-
    1963.
  • M. L. West, “Iliad” and “Aethiopis”, in CQ, New Series, Vol. 53, No. 1 2003.
  • Ovidio, Tristia II.
  • Plutarco, Vita di Crasso.
  • Erodoto, Storie, intr. di K.H. Waters, a cura di L. Annibaletto, 2 voll., Milano 2000
  • K. Meister, Die Griechische Geschichtsschreibung: von den Anfängen bis zum Ende des Hellenismus, Stuttgart Berlin Köln 1990; ed it. La storiografia greca. Dalle origini alla fine dell’Ellenismo, trad. di M. Tosti Croce, Roma-Bari 1992
  • D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 1990
  • F. Montanari, Storia della letteratura greca, Roma-Bari 1998
  • A. Momigliano, «Il razionalismo di Ecateo di Mileto», in Terzo contributo alla storia degli studi classici e del mondo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1966.
  • V. Costa, Esichio di Mileto, Johannes Flach e le fonti biografiche della Suda,  in Atti dell’Incontro Internazionale Vercelli, 6-7 Novembre 2008, a cura di G. Vanotti, Edizioni Tored, 2010.
  • G. Fraccaroli, I lirici greci, I, Torino 1910
  • Aristotele, Politica, 1267b, 22 e seguenti.
  • Aristotele, Fisica, UTET 1999.
  • Aristotele, Metafisica, Laterza 1973.
  • P. Lo Sardo, Verso il canone della Polis, in Emanuele Greco (a cura di), La città greca antica: istituzioni, società e forme urbane, Roma, Donzelli, 1999
  • D. Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, IX, 30.

 

ANASSÌMENE DI MILETO: L’ARIA

ANASSIMENE

 

Discepolo di Anassimandro, Anassimene visse a Mileto tra il 585 – 528 a.C. al tempo in cui Ciro il persiano distrusse Creso. È autore di un’opera intitolata Περί Φύσεως (Sulla Natura), di cui ci sono pervenuti pochi frammenti e sporadiche testimonianze.

 

Come Talete ha individuato l’archè, il principio di tutte le cose, in un determinato elemento naturale, che egli ravvisa nell’aria (πνεύμα = soffio/aria; il concetto rimanda anche a ψυχή = anima).

Come Anassimandro, invece, attribuisce all’archè infinità e un movimento eterno, ingenerato ed incorruttibile. Inoltre concorda con il suo predecessore sulla ciclicità delle cose del mondo, che nascono e si dissolvono, secondo l’ordine del tempo, nel principio originario. Non concorda con il suo maestro sulla scelta dell’apeiron quale principio di tutte le cose, in quanto la sua indeterminatezza lo pone oltre la nostra conoscenza sensibile. Come potrebbero realtà determinate (sasso, pianta) avere origine, consistenza e fine in qualcosa di indeterminato?

Anassimene ha messo in equilibrio la natura di Talete con l’infinito di Anassimandro, in quanto l’aria è definita qualitativamente (anche se ha un’identità minima, trasparente ed impalpabile è pur sempre un elemento presente in natura), ma indefinita quantitativamente, perché si trova ovunque.

Tra tutti gli elementi esistenti in natura scelse proprio l’aria, perché la respirazione è indispensabile per la vita di tutti gli esseri. Inoltre dall’osservazione degli agenti atmosferici intuì che l’aria muta la sua forma per dare origine ai diversi fenomeni: vento, nuvola, pioggia…

Secondo il milesio l’aria opera sia a livello cosmico/fisico, sia a livello umano e costituisce la nascita e la vivificazione tanto degli uomini quanto dell’universo nella sua totalità (panpsichismo: tutto respira). Il suo frammento recita:

«Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo intero».

Anassimene identifica l’anima che infonde la vita nel corpo con l’aria che entra ed esce da esso, ovvero con il respiro.

Supponendo che tutte le cose siano formate con un diverso livello di aggregazione dell’aria, egli spiega come l’aria darebbe origine a tutte le altre forme, diverse e contrarie, esistenti in natura. Anassimene attesta che dalla condensazione dell’aria si producono vento, nuvola, acqua, terra e viventi; mentre dalla  sua rarefazione il fuoco e le stelle. 

Infine, per il filosofo, la Terra avrebbe una superficie piatta sospesa nell’aria, attorno a cui ruotano gli astri, anch’essi risultato della rarefazione.

I FILOSOFI DI MILETO:

  1. TALETE DI MILETO: L’ACQUA
  2. ANASSIMANDRO DI MILETO: L’APEIRON

ALTRI ARTICOLI DI STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA:

  1. IL MITO
  2. I PRESOCRATICI

ANASSIMANDRO DI MILETO: L’APEIRON

ANASSIMANDRO

Discepolo di Talete, visse a Mileto nella prima metà del VI secolo a. C. A lui si fa risalire il primo trattato della storia della filosofia occidentale scritto in prosa, tramandatoci con il titolo di ‎Περί Φύσεως (Sulla Natura). Di questo testo non ci rimane che un frammento, citato da Simplicio nel VI secolo d.C. in un commentario alla fisica di Aristotele.  

Parafrasi del frammento

«Anassimandro disse che il principio delle cose che so­no è l’infinito (apeiron), in cui infatti, gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro le pene e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». (Simpl. in Arist. Phys. 184b 15)

Il frammento può essere diviso in due parti:

  1. La prima fissa il tema principale: «da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secon­do necessità». Gli “esseri” rappresentano tutto ciò compone la natura (φύσις). Le “cose che sono” a turno prevalgono sui propri contrari e si estinguono in essi. 
  2. La seconda fornisce la spiegazio­ne del principio: «poiché essi pagano l’uno all’al­tro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Gli esseri, una volta venuti alla luce, debbono scontare una pena. Si tratta di un’ ingiustizia cosmica, che non coinvolge il concetto morale di responsabilità, in quanto le cose esistenti non commettono volontariamente l’ingiustizia, ma per necessaria obbedienza alle leggi dell’infinito stesso.  Tutte le cose particolari hanno vita limitata e, in quanto partecipi dell’ordine del tempo, sono destinate a morire. Ogni elemento esiste grazie al proprio contrario. Se un ente si assolutizzasse, perirebbe a sua volta, in quanto in assenza del suo opposto, non riuscirebbe a trovare definizione. 

Il principio individuato da Talete, l’ “acqua”, indica una cosa diversa dalle altre e quindi particolare e limitata. In quanto tale non può essere ciò che vi è di identico in ogni diverso. Questa ragione spinge Anassimandro a rintracciare l’arché, il principio di tutte le cose, in una natura che è possibile cogliere solo con l’intelletto: l’àpeiron (α privativo “senza”+πέρας “determinazione”), si tratta di un infinito/indefinito da cui provengono tutte le cose in virtù di una separazione dei contrari (caldo/freddo). 

«[Anassimandro] pensava che tutti i mondi siano soggetti ad un processo alterno di dissoluzione e rigenerazione, ciascuno dei quali continua per un periodo di tempo più lungo o più corto, secondo la natura del caso; e, come Talete, non attribuisce nulla della produzione di tutta questa attività ad una mente divina». [Agostino, La Città di Dio, Libro VIII, Capitolo 2]

L’apeiron è:

  • Eterno perché è al di là di ogni coordinata temporale. 
  • Indeterminato in quanto può assumere tutte le determinazioni.
  • Illimitato poiché nulla sussiste al di fuori di esso. Se fosse finito anche la sua attività generatrice cesserebbe.

La realtà, per Anassimandro, non sarebbe composta di molte determinazioni indipendenti e diverse, ma da un insieme di contrari che si oppongono l’uno l’altro. I contrari si staccano dall’àpeiron a causa del suo movimento eterno e si distruggono a vicenda con regolarità ciclica. Nel processo della generazione cosmica, la nascita di un elemento impedisce la formazione del suo contraltare: il giorno, sopraggiungendo, dissolve la notte, e viceversa. Secondo un ordine cosmico fissato dal tempo, alla nascita segue la morte, ovvero il ripristino dell’equilibrio originario. 

Cicerone racconta che a Sparta Anassimandro avrebbe salvato molte vite, riuscendo a predire un terremotoGli viene attribuita anche l’invenzione dello gnomone, uno strumento ad asta, con varie inclinazioni, la cui ombra consentiva di stabilire la posizione del sole e, quindi, l’ora del giorno.

Anassimandro compie un’astrazione significativa: immagina che la Terra abbia una forma cilindrica e che si libri in alto equidistante da ogni punto. Karl Popper ha chiamato questa idea “una delle più coraggiose, più rivoluzionarie, più portentose idee nella storia del pensiero umano”. Per la prima volta delinea il profilo delle terre allora conosciute e libera il mondo dal pensiero mitico, considerando la possibilità di comprendere l’universo senza entità sopranaturali. 

Per il milesio i primi esseri viventi sono stati generati nell’umido, poi con l’asciugarsi della terra questi sono migrati e si sono adattati alle terre asciutte. Alcuni studiosi vedono in questa supposizione di Anassimandro un’anticipazione dell’evoluzionismo

Fonti:

Aezio, De Fide (III, 7, 1).

Agostino, La Città di Dio, Libro VIII, Capitolo 2.

Aristotele, De coelo, II 13, 295 b.

Cicerone, De divinatione, I 50, 112 = 12 A 5a Diels-Kranz.

Karl Popper, “Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge” (New York: Routledge, 1998), pg 186.

Simplicio, Commentario alla fisica di Aristotele, 24, 13

I FILOSOFI DI MILETO:

  1. TALETE: L’ACQUA
  2. ANASSIMENE: L’ARIA

ALTRI ARTICOLI DI STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA:

  1. IL MITO
  2. I PRESOCRATICI

 

 

TALETE DI MILETO: L’ACQUA

TALETE

Di origini fenicie, visse a Mileto e fu il fondatore della scuola di pensiero che ricerca le cause (αιτιαι) e il principio (αρχη) da cui provengono tutte le cose. Per primo colse, al di là della diversità e della molteplicità delle cose, l’esistenza di un elemento unitario che egli identificò nell’acqua.

Per sapere qualcosa di Talete è necessario rifarsi ad altri, poiché di sua mano non ci è pervenuto nulla.  Sappiamo che fu contemporaneo di Solone e degli altri intellettuali che, con lui, formarono il canone dei “sette sapienti” la sapienza dei quali si esprimeva in brevi massime:
Morali ⇒ Direttiva universale: “conosci te stesso” 
Prudenziali ⇒ Situazioni particolari: “facile è dare suggerimenti a un altro”
Paraenigmi ⇒ Indovinelli: “È nato prima il dì o la notte?” “La notte un dì prima”
Gli viene attribuita anche l’affermazione “tutto è pieno di déi”, probabilmente voleva opporsi all’idea mitica degli dei antropomorfi e dire che la divinità non sta in un luogo, ancor meno in una sorta di “superuomo”, ma in tutto.

Platone tramanda un’immagine di T. un po’ svampita: racconta che il milesio, intento a osservare le stelle, cadde in un pozzo ed una servetta tracia, accortasi dell’accaduto, lo derise, dicendogli che era così assorto nelle cose celesti da non curarsi delle terrene.

Aristotele, invece racconta un altro aneddoto:  un conoscente  accusava T. di essere povero e di non saper usare la propria sapienza per arricchirsi. In tutta risposta, T., grazie alle sue conoscenze meteorologiche, riuscì già in inverno a prevedere una stagione ottima per il raccolto di olive, facendo incetta su tutti i frantoi disponibili per poi subaffittarli a prezzo maggiore. In questo modo ricavò cospicui guadagni, mettendo a tacere le malelingue. 

Oltre ad essere un sapiente T. fu un:

  • Politico: consigliò ai greci della Ionia di unirsi in un’unica realtà statale contro la minaccia Persiana e dissuase i milesi dall’alleanza con Creso, re di Lidia, prevedendone la sconfitta. 
  • Astronomo: predisse l’eclissi solare del 28 maggio 585 a.C., che avrebbe impressionato così tanto i Medi e i Lidi, in guerra tra loro, da cessare di combattere. Scoprì i solstizi,  l’Orsa Minore e molto altro ancora.
  • Matematico:  teorizzò che il cerchio è dimezzato dal diametro, sovrapponendo le due metà; inventò un teorema, che recita: quando due rette si tagliano fra di loro gli angoli opposti al vertice sono uguali; usò la teoria delle ombre per misurare l’altezza della piramide di Cheope e per farlo si è servito di un bastone rigido di modesta altezza. Fissandolo verticalmente nella sabbia, aspettò che la sua ombra assumesse la stessa lunghezza del bastone; quindi misurò l’ombra proiettata dalla piramide e, aggiungendo a questa metà la misura della lunghezza del lato di base, ne ottenne l’altezza.
  • Ingegnere: Progettò e realizzò un canale per deviare un fiume dal suo corso e farlo rientrare più avanti nel suo alveo. Tale espediente avrebbe permesso all’esercito di Creso, in guerra contro il persiano Ciro il Grande, di attraversare il fiume Halys.
  • Fisico: Scoprì la forza di attrazione della pietra magnesia. Chiamò la forza “anima”

Aristotele attribuisce a T. l’identificazione nell’elemento umido  del principio di tutte le cose, perché:

  • dall’esame sensoriale dei fenomeni rileva che ciò che è umido costituisce l’alimento necessario dei viventi.
  • l’umido è il substrato che sorregge la Terra. Da ciò trae una singolare concezione del cosmo, in cui la Terra poggia sull’acqua. Su questa base spiega l’origine di terremoti e inondazioni.
  • pur mantenendo inalterate le sue proprietà, l’acqua può assumere varie forme: liquida, solida e aeriforme.
  • l’acqua è dotata di “mobilità, forza e vita”, perché scorre nei fiumi, trascina nei torrenti e batte nelle onde.

Hegel ritiene che al principio di T. vanno riconosciuti due meriti:

  • la capacità di astrarre e concepire la natura come un essere sensibile semplice;
  • l’aver posto l’acqua come un concetto infinito.

L’acqua è da intendersi come principio astratto più che come materia fisica. Essa si presenta quale principio unico ed eterno, che assicura il formarsi e il persistere di ogni forma vivente: se così non fosse la vita si esaurirebbe.

Nella tradizione mitica l’acqua era importante, perché mari e fiumi favorivano l’agricoltura, i commerci, i trasporti e le comunicazioni. Inoltre Oceano e Teti erano considerati i progenitori del mondo. Talete va oltre perché, non identificando l’acqua con la divinità, spiega i fenomeni iuxta propria principia, ovvero secondo i principi della natura stessa. Cerca di spiegare il Tutto, non mettendo insieme alcune osservazioni particolari, ma utilizzandole per una spiegazione generale e fisica, in quanto individua la dimensione dell’immutabile e del permanente al di là della realtà delle cose, la quale invece muta continuamente, assumendo forme sempre diverse.

Fonti:

Aristotele, Metafisica, Libro I, 983 b; Politica I, 11 1259 a5-18; DK 11 A10

Callimaco, Giambi

D. Laerzio, Vite dei filosofi, Libro I

Erodoto, Storie 1.74

G.W.F. HEGEL, Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, p. 205, 1833.

Platone, Protagora 343 a-b; Repubblica 600 a DK 11 A3; Teeteto, 174 a-174 c DK 11 A9

Proclo, Commento al libro I degli Elementi di Euclide

I FILOSOFI DI MILETO:

  1. ANASSIMANDRO: L’APEIRON
  2. ANASSIMENE: L’ARIA

ALTRI ARTICOLI DI STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA:

  1. IL MITO
  2. I PRESOCRATICI

IL MITO

Ogni civiltà antica, in assenza di un riscontro logico – scientifico, elaborava dei racconti per trovare una spiegazione, anche approssimata, a tutte quelle domande a cui non si aveva ancora una risposta: qual è l’origine dei fenomeni naturali? che cosa c’è dopo la morte? ecc…

  • ORIGINE DEL NOME E SIGNIFICATO

Antonio Canova, Caino e Abele, 1822. (New York, Metropolitan Museum of Art)

I “miti” (dal greco μύθος = parola, discorso) sono delle narrazioni fantasiose, collocate in un tempo assoluto e ricche di elementi simbolici.

Esistono miti incredibilmente simili, nonostante appartengano a culture popolari molto distanti. Ciò dimostra che, in ogni epoca, gli esseri umani si sono posti le stesse domande e che sono giunti a conclusioni simili se non identiche. Pertanto gli esperti hanno ipotizzato l’esistenza di caratteri universali: gli archetipi (dal greco ἀρχή = principio, origine), ovvero dei modelli innati che ci consentono di interpretare i conflitti interiori della psiche umana.

Gli archetipi, dai quali hanno preso forma i primi miti, sono un tentativo di risposta all’origine dei fenomeni naturali, dell’universo, degli esseri umani, degli dei e di tutto ciò che esiste.

  • LINGUAGGIO E TRASMISSIONE  

 Il mito spiega la realtà attraverso un linguaggio semplice, coinvolgente e suggestivo. I racconti erano trasmessi oralmente di padre in figlio e andò avanti così per intere generazioni.

Trattandosi di una trasmissione orale, le formule narrative dovevano essere in rima, fluide e con frequenti ripetizioni. Questi espedienti risultarono utili per semplificare l’esercizio della memoria e far sì che la struttura semantico – sintattica non subisse molte variazioni nel passaggio da un narratore all’altro.

L’avvento della scrittura apporterà un contributo significativo, in quanto capace di fissare ogni singola parola.

Quando le civiltà iniziarono a tessere relazioni commerciali, la figura del saggio della comunità, il quale si occupava della trasmissione diretta dei miti, fu sostituita da quella dell’aèdo, un cantore itinerante.

Prima di iniziare il canto, l’aèdo si rivolgeva alle Muse, figlie
di Mnemosyne e di Zeus, affinché lo ispirassero nell’esposizione del canto. Es: (Cantami o Diva del Pelide Achille…)

  • CARATTERISTICHE E STRUTTURA NARRATIVA 

Il mito si sviluppa in un tempo remoto e indeterminato. I luoghi quasi sempre sono immaginari; quando sono reali l’atmosfera resta lo stesso fantastica. I personaggi sono esseri soprannaturali forniti di poteri eccezionali (ad esempio uomini dotati di incredibili capacità psico – fisiche, creature mostruose con il corpo a metà tra uomo e bestia oppure giganti monocoli o gnomi del bosco). Lo schema narrativo è pressoché lo stesso in ogni mito: vi è una situazione di partenza, la rottura dell’equilibrio e il ritorno allo status quo.

Il mito non è un racconto fine a se stesso, come potrebbe essere la fiaba, che ne condivide le caratteristiche formali (narrazione breve, origine popolare e personaggi fantastici), ma una narrazione che richiede un’accurata interpretazione.

Spesso molti suoi elementi hanno valore simbolico e richiamano una realtà più compressa:il diluvio, ad esempio, è allegoria dell’ira.

Vicende fantastiche a parte, i miti forniscono anche importanti informazioni sulle usanze, le credenze religiose, gli eventi storici, le tradizioni culturali e i dati economici delle società dentro cui si sono sviluppati.

Basti pensare ai poemi omerici in cui ritroviamo leggi, comportamenti, abitudini e nozioni utili: ad esempio ci viene spiegato come si costruisce una zattera o quale siano le giuste maniere da adottare quando si ha in casa la visita di un ospite.

Il luogo in cui si fissa la tradizione mitica è proprio la poesia epica. Nell’Iliade e l’Odissea i contenuti mitologici si intrecciano alle vicende della guerra di Troia e del tormentato ritorno di Ulisse ad Itaca. Nell’epica l’eroe costituisce un modello di comportamento che agisce in base alle sue capacità: Achille è mosso dall’ira, Ulisse dall’astuzia, ecc.. ; mentre gli dei sono umanizzati e i loro vizi non li rendono dei modelli per la condotta umana.

In Omero ed Esiodo la parola “mito” indica un discorso assertivo, che chiede di essere eseguito. In un passo dell’Odissea, Telemaco, il figlio di Ulisse, forte del vigore fornitogli dalla dea Atena, riesce a zittire la madre e a minacciare i Proci, i quali, abusando della disponibilità della sua casa, si rifocillavano e oziavano a sue spese. Telemaco dimostra un’insolita audacia, pronunciando il suo “μύθος”.

Nei testi presocratici il mito conserva la forza dell’epica arcaica. In Pindaro, Erodoto e Tucidide, “μύθος” indica un racconto favoloso: in quanto discorso “oscuro”. Per Platone, invece, è uno strumento della tradizione usato dai poeti per conservare la memoria di un racconto che parla di cose lontane, collocate in uno spazio remoto.

I racconti medievali non erano chiamati “miti”, bensì fabule. Il termine “mito” sarà recuperato da G. Vico e C. G. Heyne nella seconda metà del XVIII secolo.

 

 

I “Presocratici” 

Aristotele fu il primo ad abbozzare una storia della filosofia. Nella Metafisica egli ricostruisce la storia della filosofia a lui precedente. In realtà  non gli interessava scrivere una “storia della filosofia”, ma  riprendere tutto quello che si era detto su un dato argomento per poi affrontarlo a sua volta. Non è un caso, infatti, se Aristotele presenta una storia della filosofia per problemi e non per autori.

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