ANALISI CRITICA DI GAME OF THRONES

Il countdown è terminato: a partire da oggi è possibile seguire in prima TV l’ottava stagione di Game of Thrones, la serie tratta dalla saga letteraria Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. La storia narra le ambientazioni, i personaggi e le vicende storico – politiche di due continenti:

  • il Continente Occidentale (Westeros), che ospita al suo interno Sette Regni, guidati da un solo re, e la Barriera, un enorme muro di ghiaccio costruito e difeso da una confraternita di soldati noti come Guardiani della Notte.

  • il Continente Orientale (Essos) oltre il Mare Stretto, dove vivono popolazioni nomadi.

Quindici anni prima dei fatti narrati, i Sette Regni subirono una guerra civile: il principe ereditario Rhaegar Targaryen rapì Lyanna Stark, suscitando l’ira del suo promesso sposo Robert Baratheon. Aerys II Targaryen, il Re Folle, fece uccidere il padre e il fratello maggiore di Lyanna, che ne richiedevano l’immediata liberazione. A tal proposito fatidica fu la Battaglia del Tridente, in cui Rhaegar rimase ucciso per mano di Robert. Infine, il cavaliere della Guardia Reale, Jaimie Lannister pugnalò il re folle, guadagnandosi l’epiteto di “Sterminatore di Re”. I figli di Aerys II, Viserys e Daenerys, furono portati in salvo tramite il Mare Stretto, lontani dal Continente Occidentale. I Lannister, la casata del leone, ottennero un favorevole matrimonio d’interesse tra Cercei Lannister e Robert Baratheon, che sostituì i Targaryen al comando dei Sette Regni, sedendo sul trono di spade.

Quest’ultimo fu creato da Aegon I Targaryen, il Conquistatore, fondatore della dinastia dei signori dei draghi. Egli conquistò tutto il Continente Occidentale e costituì i Sette Regni. Con le spade dei nemici sconfitti Aegon creò il Trono di Spade, forgiato dal vigoroso drago Balerion.

L’intercalare di sotterfugi, intrighi, battaglie e tradimenti riprenderà quindici anni dopo la Battaglia del Tridente, in seguito alla morte, in circostanze misteriose, di Jon Arryn, il Primo Cavaliere di Re Robert Baratheon.

 

La presenza di metalupi, draghi, e non – morti rimanda direttamente al genere fantasy, coadiuvato da un’ambientazione gotica che richiama il medioevo. La struttura narrativa di GoT si avvicina molto anche al romanzo storico, per via della meticolosa attenzione che lo scrittore ripone nella descrizione dei dettagli, a partire dalle ambientazioni fino allo stesso vestiario dei personaggi. Inoltre, molti dei protagonisti principali all’inizio della serie erano dei bambini o degli adolescenti (Bran aveva 7 anni, Jon 14 e Daenerys 13), la cui caratterizzazione ha preso forma di stagione in stagione. Pertanto, al Trono di Spade, oltre ai generi fantasy e storico – politico, va riconosciuto anche quello di romanzo di formazione.

La maggior parte dei protagonisti principali vengono presentati come vittime di pesanti ingiustizie: Daenerys è vittima dell’egocentrico fratello, che la usa come pedina per spianarsi la strada verso il trono; Jon Snow a Grande Inverno è da tutti considerato il “figlio bastardo” di Ned Stark e per questo è costretto a subire il disprezzo di tutti; Tyrion, noto come il “Folletto” è disprezzato dal padre e dai fratelli perché affetto da nanismo, ecc…

L’acume di Martin risiede anche nell’espediente di aver creato una miriade di sottotrame e personaggi. Ci sono più buoni e più cattivi e ciò complica ogni previsione, perché tutto potenzialmente può accadere da un momento all’altro e non si riesce a capire chi alla fine trionferà su tutti. Ogni personaggio è fautore del proprio destino, non vi è alcun fato divino che lo accompagna, né grazia che lo scagioni: tutti, scontano il peso delle decisioni che prendono. Pertanto assistiamo continuamente ai loro successi ed insuccessi. Questo particolare li rende più umani di qualsiasi altro personaggio narrato, perché lo spettatore, abituato ai classici colpi di scena che fanno uscire sempre indenne il beniamino, non si aspetta certe scene e vive in simultanea l’ansia, la paura e il sentimento di rivalsa dei protagonisti.

Questa serie è scevra da ogni freno, sia etico che morale: ognuno persegue machiavellicamente il proprio fine con ogni mezzo e senza farsi scrupoli. L’evoluzione dei personaggi è descritta in ogni sfumatura: Jaimie, da fratello incestuoso senza onore, si redime in uomo valoroso e compassionevole; Daenerys da ragazza fragile ed innocente, muta in potente e risoluta regina in grado di mettersi a capo di una cospicua mole di uomini; Sansa da ragazzina ingenua e frivola, riesce a dimostrarsi astuta ed intuitiva. Tuttavia nei personaggi permangono lo stesso dei punti chiave, funzionali a comprendere nel profondo la loro psiche: Ned è onorevole, Arya ribelle, Catelyn protettiva, Cersei vendicativa, Tyrion intelligente, Joffrey crudele ecc…Un tratto caratterizzante descrive anche ogni casata: ad esempio il motto “Un Lannister paga sempre i propri debiti.” dimostra bene il sentimento di vendetta che alberga nei membri della casata del leone, i quali non lasciano mai insoluti né debiti, né i torti subiti.

Le donne del Trono di Spade non rappresentano per nulla il luogo comune del “sesso debole”, ma al contrario sono risolute e carismatiche; le battaglie sono plateali; i paesaggi naturali (l’Irlanda del Nord, l’Islanda, Croazia, l’Andalusia, il Marocco…) sono suggestivi; trucco e parrucco sono molto accorti: l’attore che impersona il Re della Notte si presta ad ore e ore di make – up prima di entrare in scena.

Il rapporto tra il potere e i draghi è presente già nella stessa fondazione del trono di spade. Pertanto, il riferimento alla famiglia Targaryen è quasi d’obbligo. Nell’epilogo della serie a che cosa assisteremo? Sarà la madre dei draghi a prevalere o Jon Snow? Chi la spugnerà nella battaglia tra l’armata del Re della Notte e quella del mondo dei vivi?

IL MITO

Ogni civiltà antica, in assenza di un riscontro logico – scientifico, elaborava dei racconti per trovare una spiegazione, anche approssimata, a tutte quelle domande a cui non si aveva ancora una risposta: qual è l’origine dei fenomeni naturali? che cosa c’è dopo la morte? ecc…

  • ORIGINE DEL NOME E SIGNIFICATO

Antonio Canova, Caino e Abele, 1822. (New York, Metropolitan Museum of Art)

I “miti” (dal greco μύθος = parola, discorso) sono delle narrazioni fantasiose, collocate in un tempo assoluto e ricche di elementi simbolici.

Esistono miti incredibilmente simili, nonostante appartengano a culture popolari molto distanti. Ciò dimostra che, in ogni epoca, gli esseri umani si sono posti le stesse domande e che sono giunti a conclusioni simili se non identiche. Pertanto gli esperti hanno ipotizzato l’esistenza di caratteri universali: gli archetipi (dal greco ἀρχή = principio, origine), ovvero dei modelli innati che ci consentono di interpretare i conflitti interiori della psiche umana.

Gli archetipi, dai quali hanno preso forma i primi miti, sono un tentativo di risposta all’origine dei fenomeni naturali, dell’universo, degli esseri umani, degli dei e di tutto ciò che esiste.

  • LINGUAGGIO E TRASMISSIONE  

 Il mito spiega la realtà attraverso un linguaggio semplice, coinvolgente e suggestivo. I racconti erano trasmessi oralmente di padre in figlio e andò avanti così per intere generazioni.

Trattandosi di una trasmissione orale, le formule narrative dovevano essere in rima, fluide e con frequenti ripetizioni. Questi espedienti risultarono utili per semplificare l’esercizio della memoria e far sì che la struttura semantico – sintattica non subisse molte variazioni nel passaggio da un narratore all’altro.

L’avvento della scrittura apporterà un contributo significativo, in quanto capace di fissare ogni singola parola.

Quando le civiltà iniziarono a tessere relazioni commerciali, la figura del saggio della comunità, il quale si occupava della trasmissione diretta dei miti, fu sostituita da quella dell’aèdo, un cantore itinerante.

Prima di iniziare il canto, l’aèdo si rivolgeva alle Muse, figlie
di Mnemosyne e di Zeus, affinché lo ispirassero nell’esposizione del canto. Es: (Cantami o Diva del Pelide Achille…)

  • CARATTERISTICHE E STRUTTURA NARRATIVA 

Il mito si sviluppa in un tempo remoto e indeterminato. I luoghi quasi sempre sono immaginari; quando sono reali l’atmosfera resta lo stesso fantastica. I personaggi sono esseri soprannaturali forniti di poteri eccezionali (ad esempio uomini dotati di incredibili capacità psico – fisiche, creature mostruose con il corpo a metà tra uomo e bestia oppure giganti monocoli o gnomi del bosco). Lo schema narrativo è pressoché lo stesso in ogni mito: vi è una situazione di partenza, la rottura dell’equilibrio e il ritorno allo status quo.

Il mito non è un racconto fine a se stesso, come potrebbe essere la fiaba, che ne condivide le caratteristiche formali (narrazione breve, origine popolare e personaggi fantastici), ma una narrazione che richiede un’accurata interpretazione.

Spesso molti suoi elementi hanno valore simbolico e richiamano una realtà più compressa:il diluvio, ad esempio, è allegoria dell’ira.

Vicende fantastiche a parte, i miti forniscono anche importanti informazioni sulle usanze, le credenze religiose, gli eventi storici, le tradizioni culturali e i dati economici delle società dentro cui si sono sviluppati.

Basti pensare ai poemi omerici in cui ritroviamo leggi, comportamenti, abitudini e nozioni utili: ad esempio ci viene spiegato come si costruisce una zattera o quale siano le giuste maniere da adottare quando si ha in casa la visita di un ospite.

Il luogo in cui si fissa la tradizione mitica è proprio la poesia epica. Nell’Iliade e l’Odissea i contenuti mitologici si intrecciano alle vicende della guerra di Troia e del tormentato ritorno di Ulisse ad Itaca. Nell’epica l’eroe costituisce un modello di comportamento che agisce in base alle sue capacità: Achille è mosso dall’ira, Ulisse dall’astuzia, ecc.. ; mentre gli dei sono umanizzati e i loro vizi non li rendono dei modelli per la condotta umana.

In Omero ed Esiodo la parola “mito” indica un discorso assertivo, che chiede di essere eseguito. In un passo dell’Odissea, Telemaco, il figlio di Ulisse, forte del vigore fornitogli dalla dea Atena, riesce a zittire la madre e a minacciare i Proci, i quali, abusando della disponibilità della sua casa, si rifocillavano e oziavano a sue spese. Telemaco dimostra un’insolita audacia, pronunciando il suo “μύθος”.

Nei testi presocratici il mito conserva la forza dell’epica arcaica. In Pindaro, Erodoto e Tucidide, “μύθος” indica un racconto favoloso: in quanto discorso “oscuro”. Per Platone, invece, è uno strumento della tradizione usato dai poeti per conservare la memoria di un racconto che parla di cose lontane, collocate in uno spazio remoto.

I racconti medievali non erano chiamati “miti”, bensì fabule. Il termine “mito” sarà recuperato da G. Vico e C. G. Heyne nella seconda metà del XVIII secolo.

 

 

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