Le carceri di Palazzo Steri: la memoria dei prigionieri

PREMESSA

Nel corso di tre secoli (1487 – 1782) la sede dell’Inquisizione in Sicilia cambiò ripetutamente. La ricostruzione dei primi anni del tribunale nell’isola risulta difficoltosa, in quanto non si era ancora formalizzata la segreteria centrale dell’Inquisizione a Madrid. Il Breve papale, che assegnava alla Sicilia l’autorità degli inquisitori spagnoli, si ebbe solo nel 1498, dieci anni dopo l’istituzione del tribunale siciliano. Se a ciò si aggiunge il rogo dei documenti dell’archivio, voluto dal viceré Caracciolo nel 1783, si comprende bene quanto la ricostruzione dei fatti risulti problematica.

LA SEDE DELL’INQUISIZIONE

Nel 1487 il Sant’Uffizio era situato «nel Palazzo Reale, l’antica sede dei re normanni, svevi ed aragonesi» e vi rimase fino al 1551, quando si trasferì a Castellammare, dove risedeva il viceré. Nel 1593 ci fu lo scoppio della polveriera a Castellammare, che costò la vita al poeta siciliano Antonio Veneziano.

Tra il 1566 – 68 e il 1593 – 1600 il Sant’Uffizio fu spostato prima al Casalotto (acquistato per volontà di re Filippo II e donato al Sant’Uffizio, si trattava di una casa di Bartolomeo Marchese, che si trovava sotto il campanile di casa Professa dei gesuiti, nella piazzetta dei Santi Quaranta Martiri) e poi a Piedigrotta, una casa vicina al castello con un angusto vicoletto denominato «La Madonna della penitenza».

Gli inquisitori, Pedro del Hoyo e Domingo Llanes, affrontarono qui il problema dell’assenza di celle idonee. I detenuti, infatti, erano trattenuti in case private! Questa incresciosa situazione creò molti inconvenienti. Anzitutto «la violazione del segreto, essenza stessa della procedura inquisitoriale: per essere sottoposti agli interrogatori i detenuti dovevano essere trasferiti alla sede delle udienze e durante il trasporto erano esposti agli sguardi del pubblico presente sulla strada». Le case private, infatti, non erano abbastanza capienti per permettere ai soldati del viceré di «fare le ronde e le esercitazioni». In secondo luogo, la mancata vigilanza nelle case, adibite a celle carcerarie, facilitava la fuga dei reclusi. L’architetto Diego Sánchez realizzò l’edificio addetto alle carceri per gli inquisiti, che era collegato al lato posteriore di palazzo Steri. Prima di palazzo Steri, la sede dell’Inquisizione a Palermo era stata la casa dell’incisore reale Juan Chilestro, poi la casa di Giovanni Battista De Rosa e infine Castel San Pietro . Dopo tante discussioni nel 1605 la sede dell’Inquisizione fu stabilita presso Palazzo Chiaromonte – Steri, chiamato così dal latino Hosterium, che significa palazzo fortificato.  Con il nome di ‘Steri’ esistono anche i palazzi di Cefalù, Sciacca ed Agrigento.

LA STRUTTURA CARCERARIA

Gli storici distinguono tre tipologie di carceri:

  • Pubbliche: in cui venivano rinchiusi tutti coloro che non erano imputabili dal punto di vista religioso, ma solo sotto il profilo morale. Qui, infatti, si trovavano i bigami, i sodomiti, i blasfemi, i falsi testimoni, gli oppositori all’attività dello Stato, di quella del Sant’Uffizio e dei suoi funzionari.
  • Medie: qui erano rinchiusi i familiari del Sant’Uffizio. Il familiare rappresentava il supporto esterno dell’Inquisizione (spiavano la gente riportando ogni cosa). Le celle non solo erano illuminate ed arieggiate, ma al loro interno vi erano anche delle suppellettili.
  • Segrete: in cui venivano rinchiusi gli eretici. Il loro isolamento era totale, gli unici contatti potevano averli con l’alcaide, colui che dirigeva la prigione, ed i suoi aiutanti, detti algoziri. L’algozirio era il carceriere. Questo sostantivo è stato poi storpiato in aguzzino, ovvero torturatore.

A queste carceri si aggiunsero quelle:

  • Della penitenza: in cui i malfattori, condannati da un regolare processo, scontavano una pena di reclusione, che consentiva agli inquisitori di verificare il loro pentimento e di educarli all’ortodossia prima di reinserirli all’interno del contesto sociale.
  • Perpetue: dove si trovavano i relapsi, coloro che commettevano ripetutamente lo stesso errore, e i condannati per reati di eresia considerati troppo pericolosi nelle attività di proselitismo.

Le prigioni di palazzo Chiaromonte – Steri avevano a loro interno tutte le tipologie di carceri, collocate in diversi livelli. Le segrete, che dovevano assicurare un’assoluta oscurità erano stanziate nei sotterranei del palazzo; sopra di queste si trovavano delle celle nelle quali filtrava pochissima luce. Al primo piano a fianco dell’appartamento dell’alcaide vi erano delle prigioni adibite a detenuti che, per qualche ragione, dovevano rimanere isolati e posti sotto la diretta sorveglianza del direttore.

FRANCISCA SPITALERI

Nel 1620, in una di queste celle fu rinchiusa Françisca Spitaleri, una donna accusata di stregoneria e negromanzia, che apparteneva alla setta degli alumbrados, (seguaci di un gruppo mistico presente in Spagna tra il XVI e il XVII secolo. Sostenevano che tramite la contemplazione si potesse arrivare a cogliere l’essenza divina. Si ritenevano impeccabili e pertanto anche i
reati più gravi non potevano essere loro addebitati). Nel 1622, Françisca, pensando che l’inquisitore Trasmiera avesse sancito la sua condanna al rogo, tentò la fuga, calandosi da una finestra, ma perse l’equilibrio e, precipitando, si sfracellò al suolo. Il suo cadavere fu rinvenuto il mattino seguente. Nonostante ciò, il tribunale continuò il processo a suo carico, condannandola post mortem e bruciandola in statua nell’autodafé del 9 settembre 1640.

LA VITA IN CARCERE

L’inquisito, una volta entrato nelle celle dell’Inquisizione, perdeva ogni contatto con la realtà, finendo per essere considerato alla stregua di un oggetto nelle mani dell’inquisitore, dell’alcaide e degli algoziri. Nel 1906 Pitré riuscì a decifrare alcune poesie, che denunciavano la disperazione dei reclusi. A Simone Rao attribuì questi otto versi in dialetto siciliano:

Cui trasi in chista orrenda sepultura
vidi rignari la [gran] crudeltati
unni sta scrittu alli segreti mura:
nisciti di spiranza vui chi ‘ntrati
chà non si sapi si agghiorna o si scura
Sulu si senti ca si chianci e pati
pirchì non si sa mai si veni l’hura
di la desiderata libertati

SPIEGAZIONE E PARAFRASI

Chi entra in questa orrenda sepoltura (metafora indicante le celle del carcere) conosce una grande crudeltà. In queste mura è riportata la frase: perdete ogni speranza voi che entrate (esplicito riferimento al verso dantesco del III canto dell’Inferno), perché qui non si sa se il sole sorge o tramonta. Si sente solo pianto e sofferenza, in quanto non si conosce il momento dell’agognata libertà.

Tra le prime scritte rinvenute anche il ricordo di un prigioniero che, vittima della febbre terzana e atterrito dal suono della campanella, segnale dell’inizio di un nuovo interrogatorio, così scriveva:

Cavuru e friddu sentu ca mi pigla
a terzuri tremu li vudella
u cori e l’alma s’assuttigla
e sentu sunari la campanella

PARAFRASI

Caldo e freddo (ossimoro) sento che mi prende, la terzana fa tremare le budella, il cuore e l’anima si assottigliano e sento suonare la campanella

La durissima condizione di vita è testimoniata anche dall’invocazione alla santa protettrice della vista (Santa Lucia), perché vivevano nella perenne oscurità:

Lucia quae luces seu lux a luce relucens,
Praebe mihi luceat, Lucia, luce tua

L’INTERROGATORIO E LA TORTURA

L’interrogatorio iniziava subito dopo la cattura. L’inquisitore chiedeva all’imputato notizie sulla sua nascita, sui suoi genitori, gli amici che frequentava, ecc. Se si rifiutava di collaborare, si ricorreva alle maniere forti della tortura per sollecitarlo a confessare. Solitamente si usava la corda, il cavalletto e la stanghetta: « Si dà questa tortura per far confessare i misfatti, col mezzo d’uno stivale, calzaretto o borzacchino di pergamena; il quale essendo messo umido sulla gamba et avvicinato al fuoco, nel ritirarsi o scorciarsi preme e serra la gamba violentemente e cagiona un dolore insoffribile. V’è anche un’altra spezie di stanghetta; consistente in quattro
grosse tavole forti legate intorno con corde: due di queste si mettono fra le gambe del reo e le due altre si collocano, l’una sull’altra; poi, serrando e premendo le gambe contro le tavole, mediante le corde, l’ossa del reo ne restano severamente strette od anche rotte».

Il supplizio della tortura era difficile da sopportare, il più delle volte l’imputato finiva per confessare reati mai commessi pur di far cessare il tormento. Altrettanto difficile era dichiarare una falsa testimonianza, dal momento che gli inquisitori, oltre ad essere dei teologi erano anche degli esperti giuristi. Alla fine del processo, il collegio giudicante pronunciava la sentenza e la pena, in base al ceto di appartenenza del reo.

BIBLIOGRAFIA
  1. Bazzano N. (2016), Palermo fastosissima. Cerimonie cittadine in età spagnola, Palermo, University Press.
  2. Civale G. (2015), Le testimonianze dei reclusi sulle pareti del carcere, in Antonietta Iolanda Lima (a cura di), Lo Steri dei Chiaromonte a Palermo. Significato e valore di una presenza di lunga durata, Palermo, Plumelia.
  3. Giuffrida A. (2015), Il perché di tale destinazione nella città in profonda mutamento, in A. I. Lima (a cura di) Lo Steri dei Chiaromonte a Palermo. Significato e valore di una presenza di lunga durata, Palermo, Plumelia.
  4. Giunta F. (1991), Dossier Inquisizione in Sicilia, in «Biblioteca siciliana di storia e
    letteratura», n. 58, Palermo, Sellerio.
  5. La Mantia V. (1977), Origine e vicende dell’Inquisizione, in «Biblioteca siciliana di storia e letteratura», Palermo, Sellerio.
  6. Lea H. C. (1995), L’ Inquisizione spagnola nel regno di Sicilia, (a cura di) Vittorio Sciuti Russi, Edizioni Scienrifiche Italiane, Napoli.
  7. Messana M. S. (2007), Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna (1500 – 1782), Sellerio, Palermo.
  8. Messana M. S. (2012), Il Santo Ufficio dell’Inquisizione. Sicilia 1500 – 1782, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo.
  9. Pitré G. (1940), Del Sant’Uffizio a Palermo e di un carcere di esso, Società Editrice del Libro Italiano, Roma.
  10. Pitré G., Sciascia L. (1999), Urla senza suono. Graffiti e disegni dei prigionieri
    dell’Inquisizione, Palermo, Sellerio.
  11. Pomara B. (2016), Rifugiati. I moriscos e l’Italia (1550 – 1650), Valencia – San Marino.
  12. Prosperi A. (2009), Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi.
  13. Renda F. (1997), L’Inquisizione in Sicilia. I fatti e le persone, Palermo, Sellerio.
  14. Sciuti Russi V. (1983), Astrea in Sicilia: il ministero togato nella società siciliana dei secoli XVI – XVII, Napoli.
  15. Sciuti Russi V. (2001), Carlo V e l’Inquisizione in Sicilia, in B. Anatra, F. Manconi (a cura di), Sardegna, Spagna e Stati italiani nell’età di Carlo V, Roma, Carocci.
  16. Sciuti Russi V. (1999), Inquisizione, politica e giustizia nella Sicilia di Filippo II, in «Rivista storica italiana», I, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.
  17. Sciuti Russi V. (2009), L’Inquisizione spagnola e il riformismo borbonico fra Sette e Ottocento. Il dibattito europeo sulla soppressione del «Terrible Monstre», Firenze, Olschki.

 

 

 

 

 

Informazioni su Angela Sabatino

Nasce a Corleone il 03/05/1993. Dopo la maturità classica consegue presso l'Università degli Studi di Palermo prima la laurea triennale in Studi filosofici e storici (marzo 2016) e, in seguito, anche la laurea magistrale in Studi storici, antropologici e geografici (ottobre 2017) riportando la valutazione di 110/L. Nel novembre 2017 fonda il blog "il caffè storico" per condividere la sua passione per gli studi storici. Auspica in futuro di concludere la stesura di un romanzo.
Questa voce è stata pubblicata in Il caffè storico, Palermo e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.