IL MITO

Ogni civiltà antica, in assenza di un riscontro logico – scientifico, elaborava dei racconti per trovare una spiegazione, anche approssimata, a tutte quelle domande a cui non si aveva ancora una risposta: qual è l’origine dei fenomeni naturali? che cosa c’è dopo la morte? ecc…

  • ORIGINE DEL NOME E SIGNIFICATO

Antonio Canova, Caino e Abele, 1822. (New York, Metropolitan Museum of Art)

I “miti” (dal greco μύθος = parola, discorso) sono delle narrazioni fantasiose, collocate in un tempo assoluto e ricche di elementi simbolici.

Esistono miti incredibilmente simili, nonostante appartengano a culture popolari molto distanti. Ciò dimostra che, in ogni epoca, gli esseri umani si sono posti le stesse domande e che sono giunti a conclusioni simili se non identiche. Pertanto gli esperti hanno ipotizzato l’esistenza di caratteri universali: gli archetipi (dal greco ἀρχή = principio, origine), ovvero dei modelli innati che ci consentono di interpretare i conflitti interiori della psiche umana.

Gli archetipi, dai quali hanno preso forma i primi miti, sono un tentativo di risposta all’origine dei fenomeni naturali, dell’universo, degli esseri umani, degli dei e di tutto ciò che esiste.

  • LINGUAGGIO E TRASMISSIONE  

 Il mito spiega la realtà attraverso un linguaggio semplice, coinvolgente e suggestivo. I racconti erano trasmessi oralmente di padre in figlio e andò avanti così per intere generazioni.

Trattandosi di una trasmissione orale, le formule narrative dovevano essere in rima, fluide e con frequenti ripetizioni. Questi espedienti risultarono utili per semplificare l’esercizio della memoria e far sì che la struttura semantico – sintattica non subisse molte variazioni nel passaggio da un narratore all’altro.

L’avvento della scrittura apporterà un contributo significativo, in quanto capace di fissare ogni singola parola.

Quando le civiltà iniziarono a tessere relazioni commerciali, la figura del saggio della comunità, il quale si occupava della trasmissione diretta dei miti, fu sostituita da quella dell’aèdo, un cantore itinerante.

Prima di iniziare il canto, l’aèdo si rivolgeva alle Muse, figlie
di Mnemosyne e di Zeus, affinché lo ispirassero nell’esposizione del canto. Es: (Cantami o Diva del Pelide Achille…)

  • CARATTERISTICHE E STRUTTURA NARRATIVA 

Il mito si sviluppa in un tempo remoto e indeterminato. I luoghi quasi sempre sono immaginari; quando sono reali l’atmosfera resta lo stesso fantastica. I personaggi sono esseri soprannaturali forniti di poteri eccezionali (ad esempio uomini dotati di incredibili capacità psico – fisiche, creature mostruose con il corpo a metà tra uomo e bestia oppure giganti monocoli o gnomi del bosco). Lo schema narrativo è pressoché lo stesso in ogni mito: vi è una situazione di partenza, la rottura dell’equilibrio e il ritorno allo status quo.

Il mito non è un racconto fine a se stesso, come potrebbe essere la fiaba, che ne condivide le caratteristiche formali (narrazione breve, origine popolare e personaggi fantastici), ma una narrazione che richiede un’accurata interpretazione.

Spesso molti suoi elementi hanno valore simbolico e richiamano una realtà più compressa:il diluvio, ad esempio, è allegoria dell’ira.

Vicende fantastiche a parte, i miti forniscono anche importanti informazioni sulle usanze, le credenze religiose, gli eventi storici, le tradizioni culturali e i dati economici delle società dentro cui si sono sviluppati.

Basti pensare ai poemi omerici in cui ritroviamo leggi, comportamenti, abitudini e nozioni utili: ad esempio ci viene spiegato come si costruisce una zattera o quale siano le giuste maniere da adottare quando si ha in casa la visita di un ospite.

Il luogo in cui si fissa la tradizione mitica è proprio la poesia epica. Nell’Iliade e l’Odissea i contenuti mitologici si intrecciano alle vicende della guerra di Troia e del tormentato ritorno di Ulisse ad Itaca. Nell’epica l’eroe costituisce un modello di comportamento che agisce in base alle sue capacità: Achille è mosso dall’ira, Ulisse dall’astuzia, ecc.. ; mentre gli dei sono umanizzati e i loro vizi non li rendono dei modelli per la condotta umana.

In Omero ed Esiodo la parola “mito” indica un discorso assertivo, che chiede di essere eseguito. In un passo dell’Odissea, Telemaco, il figlio di Ulisse, forte del vigore fornitogli dalla dea Atena, riesce a zittire la madre e a minacciare i Proci, i quali, abusando della disponibilità della sua casa, si rifocillavano e oziavano a sue spese. Telemaco dimostra un’insolita audacia, pronunciando il suo “μύθος”.

Nei testi presocratici il mito conserva la forza dell’epica arcaica. In Pindaro, Erodoto e Tucidide, “μύθος” indica un racconto favoloso: in quanto discorso “oscuro”. Per Platone, invece, è uno strumento della tradizione usato dai poeti per conservare la memoria di un racconto che parla di cose lontane, collocate in uno spazio remoto.

I racconti medievali non erano chiamati “miti”, bensì fabule. Il termine “mito” sarà recuperato da G. Vico e C. G. Heyne nella seconda metà del XVIII secolo.

 

 

Informazioni su Angela Sabatino

Nasce a Corleone il 03/05/1993. Dopo la maturità classica consegue presso l'Università degli Studi di Palermo prima la laurea triennale in Studi filosofici e storici (marzo 2016) e, in seguito, anche la laurea magistrale in Studi storici, antropologici e geografici (ottobre 2017) riportando la valutazione di 110/L. Nel novembre 2017 fonda il blog "il caffè storico" per condividere la sua passione per gli studi storici. Auspica in futuro di concludere la stesura di un romanzo.
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