Fra Diego La Matina: l’«eretico sociale»

La storia di fra Diego La Matina è stata tramandata dai cunti siciliani.
Molti autori si interessarono alla sua figura, tra cui  lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia e, soprattutto, lo storico Vittorio Sciuti Russi.

Diego La Matina era un frate agostiniano originario di Racalmuto, un paese in provincia di Agrigento, che nella prima metà del XVII secolo cadde sotto le maglie dell’Inquisizione spagnola con l’accusa di essere un eretico. Per ricostruire la storia del frate agostiniano, Sciascia utilizzò il Diario di Francesco Auria e la Relazione dell’atto di fede del 1658 scritta dal qualificatore e consultore del Sant’Uffizio Girolamo Matranga. Nella testimonianza di Matranga, prima di incappare sotto il giudizio dell’Inquisizione, fra Diego era uno «scorridore di campagna», dedito a “furtarelli” di poca importanza. Mentre Auria aveva annotato che «Nell’anno 1644 si presentò ed abiurò in forma, e fu assoluto [in altre parole fu assolto dalle accuse]; e così un’altra volta nel 1645». Sciuti Russi, commentando quanto riportato da Sciascia, rileva che il contributo di Matranga e quello di Auria conducono a «due situazioni diverse e parallele, o meglio, come direbbe il giurista, di due fattispecie giuridicamente e processualmente rilevanti».

«Che cosa doveva abiurare – si domandava Sciascia – un semplice «scorridore di campagna?»

Con l’accusa di «scorridore di campagna» il frate avrebbe dovuto scontare la propria pena o con il pagamento di una cauzione o con alcuni anni di detenzione, non sarebbe dovuto essere spedito in un tribunale i cui reati prevedevano punizioni come «pena di morte, mutilazione o deportazione sulle galere». L’unica ipotesi plausibile, per Sciascia, era il «reato bivalente: un’azione che fosse stata al tempo stesso eresia e contravvenzione alle leggi ordinarie».

Nel 1646 Il frate agostiniano fu condannato come «blasfemo heretical» e pertanto dovette pronunciare l’abiura de levi , remando nelle galere per cinque anni.  Nonostante la costituzione fisica di fra Diego, un venticinquenne robusto e forte, gli permise di resistere alla vita difficile della galera, la vita di un “remiero” risultò estenuante anche per lui, in quanto era costretto a vivere incatenato, soddisfacendo i propri bisogni sempre nella stessa postazione.

Dopo la condanna della galera, seguì quella della detenzione nelle carceri segrete di Palazzo Steri, sede dell’Inquisizione spagnola in Sicilia, a causa di denunce di eresia da parte di delatori anonimi.

A Palermo,  il pubblico ministero nei processi del Sant’Uffizio spagnolo, era Juan López de Cisneros, un uomo austero e conservatore, che accusò fra Diego di simulare la pazzia in carcere per evitare di essere torturato. Pertanto, nel 1653, Cisneros diede ordine di torturare fra Diego con lo strumento del cavalletto, in cui il condannato, con dei pesi legati ai piedi, era posto a cavalcioni su una struttura. Una volta salito i pesi, che recava ai piedi, lo avrebbero spinto verso il basso, slegando le sue articolazioni sotto atroci sofferenze. Vittima di quel supplizio e agonizzante fra Diego, alla fine, confessò le colpe che gli erano state attribuite.

Dopo la confessione, il suo processo era destinato a concludersi velocemente, ma i fatti andarono in maniera diversa. Non solo lo trattennero ingiustamente, ma gli imposero anche le esposas (le manette). Fra Diego era un uomo distrutto, umiliato nello spirito e nella carne che, non potendo accettare altre angherie, scatenò il suo animo iracondo rompendo, in segno di protesta, le catene di ferro. Il suo gesto non passò inosservato e subito fu condotto, con le catene ai piedi e le manette infrante ai polsi, dinanzi al suo inquisitore. Cisneros lo invitò a pentirsi dei suoi errori, minacciando di torturarlo fino allo sfinimento. A queste parole La Matina oltrepassò la barriera di metallo che lo separava dell’inquisitore, impugnò uno strumento di ferro preso dal tavolo del segretario e con una violenza inaudita si scagliò contro Cisneros, percuotendolo tre volte sulla testa, due sul cranio e una sul sopracciglio destro. In seguito tentò di strangolarlo, respingendo gli ufficiali, che nel frattempo erano accorsi in aiuto all’inquisitore. Cisneros era morto, portandosi dietro la sua indole castigatrice.

Dopo il funerale dell’inquisitore, la Suprema di Madrid dispensò il tribunale di Sicilia dalla carta acordada con cui gli inquisitori non avevano più l’obbligo di consultare il tribunale di Madrid prima di procedere con la sentenza di La Matina. Questo significava che fra Diego era prossimo alla condanna al rogo.

L’Autodafé celebrato il 17 marzo 1658 fu descritto come un «grande trionfo», in cui fra Diego fu «affogato, abrugiato ed incenerito». Aveva trentasette anni ed era sotto le angherie del Sant’Uffizio da quando ne aveva venticinque.

«Diego – scrive Sciuti Russi – divenne il modello emblematico della resistenza al potere, la vittima che a esso non si piega, accettandone logica e strumenti, l’uomo in rivolta che uno di quegli strumenti – le catene – infrange e utilizza per spaccare la testa al giudice inquisitore, incarnazione del potere che sconfigge la ragione».

Bibliografia:

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  • Messana M. S. (2007), Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna (1500 – 1782), Sellerio, Palermo.
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  • Sciuti Russi V. (2009), L’Inquisizione spagnola e il riformismo borbonico fra Sette e Ottocento. Il dibattito europeo sulla soppressione del «Terrible Monstre», Firenze, Olschki.

 

 

 

Informazioni su Angela Sabatino

Nasce a Corleone il 03/05/1993. Dopo la maturità classica consegue presso l'Università degli Studi di Palermo prima la laurea triennale in Studi filosofici e storici (marzo 2016) e, in seguito, anche la laurea magistrale in Studi storici, antropologici e geografici (ottobre 2017) riportando la valutazione di 110/L. Nel novembre 2017 fonda il blog "il caffè storico" per condividere la sua passione per gli studi storici. Auspica in futuro di concludere la stesura di un romanzo.
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