La fava: origine e simbolismi

Il rapporto che l’uomo instaura con il cibo non è mai stato solo il soddisfacimento di un bisogno primario, ma anche un forte espediente culturale intriso di sapori, odori, colori e piaceri dei sensi. Alla cultura del cibo appartengono simbologie, credenze, riti e consuetudini che raccontano ampi squarci di vita privata e collettiva. In occasione della festa di San Marco Evangelista, a Baucina, un piccolo paese della provincia di Palermo, gli abitanti preparano succulenti prime portate in cui spicca un legume: la fava.

La fava

Etimologia

La fava o Vicia Faba è una leguminosa della sottofamiglia delle Papilionacee. È detta anche «la carne dei poveri», in quanto in passato insieme alle lenticchie, ai ceci e agli altri legumi imbandiva le mense dei contadini, sostituendo l’apporto proteico della carne. Un noto detto popolare, infatti, recita «favi e pisieddi a li puvirieddi», ovvero fave e piselli ai poverelli. Questo legume è ricco di proteine, ferro, fibre e sali minerali; inoltre se posto con pressione su una ferita, funge da emostatico.

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San Marco del vento e delle fave

Ad affiancare la celebre Santa Fortunata nel patronato della città di Baucina, in provincia di Palermo, è San Marco Evangelista, che viene festeggiato dal 23 al 28 Aprile. La leggenda narra che la statua del Santo fosse destinata al paese di Ciminna, ma appena giunta al crocevia fra Baucina e Ciminna, una forte pioggia costrinse il carro a riparare nella vicina masseria, dove oggi si trova la chiesa del Santo.

San Marco Evangelista

Il giorno della festa la funzione viene celebrata sul sagrato della chiesa e la statua viene portata in processione alla Chiesa Madre di Santa Rosalia, dove rimane per tutta la durata dei festeggiamenti. In onore al santo evangelista i campi vengono benedetti e la sua “vara” è adornata con cospicui mazzi di fave, in segno di ringraziamento per il generoso raccolto. Nell’economia di Baucina le fave avevano un ruolo fondamentale, alla stregua del frumento. La fava secca, in particolare, costituiva un  apporto proteico vegetale per le persone e un ottimo alimento di ingrasso per gli animali.

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San Valentino: il giorno degli innamorati

Il 14 febbraio è la data in cui ricorre la solennità di San Valentino: la festa degli innamorati. Come, quando e perché è nata questa festa? Gli innamorati hanno davvero bisogno di una ricorrenza? 

  • I LUPERCALI

Per i Romani nel mese di febbraio iniziavano i riti Lupercali, coincidenti con la stagione più fertile dell’anno. Durante questi riti le matrone si concedevano per le strade e prevaleva un clima trasgressivo e libertino. Nel 496 d. C. papa Gelasio I sostituì il culto dell’immorale Lupercus con quello di San Valentino, elevando quest’ultimo a santo patrono degli innamorati.

Perché Gelasio scelse proprio Valentino? Chi era e che cosa fece quest’uomo?

  • BREVI CENNI BIOGRAFICI

Valentino nacque a Interamna Nahars, l’attuale Terni, nel 176 d.C. da una famiglia patrizia. Si convertì al cristianesimo e nel 197 divenne vescovo. Secondo una leggenda l’imperatore Aureliano, persecutore di cristiani, lo fece giustiziare per aver unito in matrimonio il legionario romano Sabino e la cristiana Serapia. La fama del vescovo dell’amore si diffuse in fretta e molti cominciarono a recarsi in pellegrinaggio a Terni il 14 di ogni mese, il giorno dedicato alle benedizioni. In seguito, dopo il martirio del vescovo 273, il 14 febbraio è diventato il giorno degli innamorati.

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Carnevale: le maschere tradizionali

 

Per “Carnevale” si intende una festa che precede la Quaresima. L’origine del termine è soggetta ad interpretazioni diverse: c’è chi supporta l’espressione car navalis, il rito della nave sacra portata in processione su un carro; altri sostengono la formula carnes levare “togliere la carne”, alludendo ai digiuni quaresimali. Il Carnevale si conclude con il martedì grasso, il giorno prima del  mercoledì delle Ceneri.

Nei giorni di Carnevale si balla e si indossano delle maschere che richiamano personaggi di oggi e di ieri. Le maschere tradizionali italiane nacquero verso la fine del XIII secolo. Molti personaggi della cultura carnevalesca popolare ricorrono nelle commedie di Goldoni.

La maschera di Arlecchino nasce in Lombardia e precisamente a Bergamo. La leggenda narra che la madre, una donna umile, gli realizzò quell’abito originale assemblando tante stoffe colorate. Di Bergamo è anche la maschera di Brighella, che impersona un servo astuto e bugiardo. Il nome deriva dal verbo “brigare” che significa “intrigo”. Meneghino, invece, è di Milano. Il suo outfit è caratterizzato da un cappello a tre punte sopra una parrucca alla francese. Il suo look rispecchia l’amore per la libertà e la ribellione. Meneghino è un paladino di giustizia, estremamente generoso e prodigo.  Balanzone è una maschera che ha i natali nella città emiliana a cui si fa risalire la più antica università italiana di ambito giuridico: Bologna. Il dottor Balanzone è presuntuoso, saccente e chiacchierone. A Venezia troviamo la maschera di Pantalone, il cui nome forse deriva da San Pantaleone, è un vecchio mercante avaro e amante delle belle cortigiane. La storia narra che costui diede in sposa sua figlia, Rosaura, ad un vecchio aristocratico che la rese subito vedova. La bella ragazza però amava Florindo, ma il suo amore era ostacolato dal padre, che avido di ricchezze non l’avrebbe mai data in sposa allo squattrinato ragazzo. Ciononostante Rosaura riusciva, tramite la sua fedele amica  Colombina a far avere all’amato le sue lettere d’amore. Quest’ultima è la compagna del geloso Arlecchino, una donna seducente e vanitosa. Gianduia è una maschera piemontese, il cui nome forse deriva da “Gioanin dla doja”. La doja è un contenitore di vino. Questo personaggio è gioioso, conservatore e fedele alla sua compagna Giacometta. Tartaglia è un omino calvo, miope e balbuziente (da qui il nome Tar – taglia) originario di Napoli. Non è certo di che cosa si occupi, perché alcuni lo descrivono come uno speziale (l’attuale farmacista) altri come un esperto avvocato.  Conterraneo di Tartaglia è Pulcinella (la più antica del nostro Paese), è un napoletano simpatico sempre alla ricerca di cibo. Stenterello è l’unica maschera fiorentina, che rappresenta un uomo dalla lingua lunga e un po’ codardo, che con fortuna e furbizia riesce sempre a cavarsela. La tipica maschera calabrese è quella di Giangurgolo, il cui nome sembra voler dire “Gianni-gola-piena”. La storia che vede protagonista questo personaggio narra che il 24 giugno 1596, nel convento di Santa Maria della stella di Catanzaro fu abbandonato un bambino a cui fu dato il nome di Giovanni, dal nome del Santo che figurava sul calendario nel giorno del suo ritrovamento. Divenuto adulto salvò uno spagnolo da un’aggressione, ma dopo pochi giorni l’uomo morì, lasciandogli una cospicua eredità. Giangurgolo è il tipico spaccone che esige rispetto senza darne in cambio. Peppe (o Beppe) Nappa è la maschera tipica del Carnevale di Sciacca. Il suo nome deriverebbe da “Peppe” che nel dialetto siciliano è il diminutivo di Giuseppe. Per “Nappa” si intende la “toppa dei calzoni” ad indicare la sua povertà. Questo personaggio inscena un servo pigro e combinaguai che viene ogni volta sgamato e punito.

 

 

 

 

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L’influenza spagnola (1918 – 1920)

Tra il 1918 e il 1920 l’influenza spagnola colpì quasi tutte le nazioni del pianeta. La pandemia coincise con la fine del primo conflitto mondiale, cogliendo personale medico, militari e civili totalmente impreparati. Fu una vera e propria ecatombe, che non risparmiò nessuno. Nel 2020, esattamente un secolo dopo la strage dell’influenza spagnola, il mondo si ritrova nuovamente a fronteggiare un nuovo virus letale: il Covid-19. Le due realtà sono molto lontane da un paragone, ma entrambe conducono agli stessi punti di riflessione, che noi abbiamo cercato di raccontare in questo video. Per il bene vostro e di tutti state a casa!

 

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Stresa, 1935: la Conferenza che avrebbe dovuto evitare la seconda guerra mondiale.

Ottantacinque anni fa i leader di Francia, Inghilterra e Italia si incontravano a Stresa per condannare il riarmo tedesco e la violazione del Trattato di Versailles.

PREMESSE

Nel luglio del 1934 il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss fu assassinato da un gruppo di nazisti. Mussolini, che considerava l’Austria uno Stato cuscinetto ai confini nord orientali dell’Italia, inviò quattro divisioni al Brennero per bloccare il tentativo di Anschluss (annessione) nazionalsocialista dell’Austria al III Reich. Questo scacco però non indusse Hitler ad abbandonare i progetti per la conquista di uno spazio vitale nei territori contigui alla Germania. La reintegrazione della coscrizione obbligatoria (16 marzo 1935) permise il reclutamento di 36 divisioni e la formazione di una forza aerea, violando le clausole militari del Trattato di Versailles.

LA CONFERENZA DI STRESA

Da sinistra a destra si riconoscono: Laval, Mussolini, MacDonald e Flandin (ministro francese).

Dall’11 al 14 aprile il ministro degli Esteri francese Pierre Laval, il primo ministro britannico Ramsay MacDonald e il capo del governo italiano Benito Mussolini, si riunirono nella Conferenza di Stresa, dall’omonima città piemontese sul lago Maggiore. I tre statisti condannarono il riarmo tedesco e il revisionismo del trattato di Versailles, ribadendo così gli accordi di Locarno e l’indipendenza austriaca. Al termine della conferenza fu siglato un accordo, che avrebbe dovuto evitare una nuova guerra mondiale: una copia si trova ancora a Palazzo Borromeo sull’Isola Bella.

Il “fronte di Stresa” previde una semplice dichiarazione d’intenti, che fallirono dopo qualche mese, perché ognuno agiva per conto proprio:

Il 2 maggio la Francia sottoscrisse un accordo di reciproca assistenza con l’Unione Sovietica, che impegnava le due parti a venirsi in aiuto nel caso di un attacco da parte di uno Stato europeo. Questo accordo avvinghiava la Germania nella stessa morsa che l’aveva stretta durante il primo conflitto mondiale, quando la repubblica francese si era accordata con l’allora impero russo per indebolire il militarismo tedesco.

Il 18 giugno l’Inghilterra, all’insaputa di Francia e Italia, stipulò un trattato navale con la Germania, permettendole di allestire una flotta, a patto che non superasse quella inglese. Francia e Inghilterra avrebbero dovuto dichiarare guerra alla Germania già a partire dalla denuncia del Trattato di Versailles o tutt’al più nel 1935 quando Hitler reintrodusse l’obbligo di leva, ma non lo fecero, perché seguivano la politica dell’appeasement (pacificazione), che intendeva placare le mire espansionistiche del Führer, scongiurando ogni possibilità di conflitto bellico per favorire il parere dell’opinione pubblica, che non si era ancora ripresa dalla strage della grande guerra.

I primi di ottobre Mussolini invase l’Etiopia, raggiungendo l’obiettivo sbandierato dalla sua propaganda di far rinascere l’impero romano, ma Francia e Inghilterra non appoggiarono le sue mire espansionistiche, costringendo l’Italia a delle sanzioni punitive. Ciò indignò a tal punto il duce da rompere l’amicizia diplomatica con Francia e Inghilterra per avvicinarsi alla Germania hitleriana.

Il trattato navale, la fragilità della Francia, intenta a placare disordini sociali subito dopo il governo di Léon Blum, e la guerra d’Etiopia sancirono la rottura del fronte di Stresa. Hitler, in queste debolezze, trovò il suo lasciapassare e procedette indisturbato alla militarizzazione della Renania, violando l’ennesima istanza del trattato di Versailles. Italia e Francia assistettero impassibili alla capitolazione di due importanti barriere difensive: l’Austria e la Renania. Di li a poco Mussolini sottoscriverà l’asse Roma – Berlino.

FONTI:

– Valerio Castronovo, Un mondo al plurale: dalla fine dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale, 3a, La Nuova Italia, Milano, 2012, pp. 419-421

– Buchanan, Patrick ‘Pat’ Joseph, Churchill, Hitler, e la guerra non necessaria: come la Gran Bretagna perso il suo impero e l’Occidente ha perso la mondo , New York: Crown, ISBN  0-307-40515-X.

– Archivio Storico Istituto Luce, www.archivioluce.com

– Youtube British Pathè. Cinegiornale Pathè Gazette.

 

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Perché nel mese di dicembre si addobba l’albero di Natale?

L’origine dell’albero di Natale segue da vicino la Natività e il bisogno per il Cristianesimo di assorbire le tradizioni e i simboli delle religioni pagane. A tal fine che cosa è meglio di un albero sempreverde per esprimere il messaggio dell’immortalità?

L’abitudine di decorare degli alberi sempreverdi era diffusa già tra i druidi, antichi sacerdoti dei Celti,in occasione del solstizio d’inverno, in cui si festeggiava la rinascita del sole. I popoli dell’Europa del Nord per illuminare la lunga notte del solstizio d’inverno incendiavano un grosso albero. In Egitto vi era il culto del «Sol Invictus», in cui i sacerdoti annunciavano la nascita del Sole, raffigurato da un bambino partorito da una vergine. Il culto fu poi adottato dai romani, che festeggiavano «il sole che nasce» in riferimento al dio Mitra. Quindi i pagani celebravano la nascita astronomica del sole, mentre i cristiani quella di Cristo, ovvero la luce che appare al mondo dopo la lunga notte del peccato.

Nella tradizione cristiana l’abete fu sostituito da un agrifoglio, le cui spine ricordavano la corona di Cristo. I primi alberi di Natale erano chiamati «alberi del Paradiso» ed erano decorati con mele (allegoria del peccato originale), e ostie (simbolo del corpo di Cristo). In seguito furono aggiunti dei nastri argentati e dorati per richiamare i doni dei Re Magi. Nei paesi  della Turingia, in cui era praticata l’arte vetraria, si aggiunsero anche delle sfere di vetro colorato per dare più luminosità all’albero ed, insieme alle candele, indicare il motto evangelico «Cristo luce del mondo». In Italia, la tradizione dell’albero di Natale è arrivata nella seconda metà dell’Ottocento, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I di Savoia, ne fece allestire uno al Quirinale. Da lì poi la moda si diffuse in tutto il paese, giungendo sino a noi.

 

 

 

 

 

 

 

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PITAGORA

PITAGORA

Nacque a Samo, ma verso il 530 a. C. fuggì a causa della tirannide di Policrate, ostile al vecchio dominio degli aristocratici. Si recò a Crotone nella Magna Grecia, ove fondò la scuola dei pitagorici. Crotone fu sconvolta poi da una rivolta democratica, che sfociò nell’incendio dell’edificio dei pitagorici, uccidendone alcuni. Si narra che Pitagora riparò a Locri e poi a Metaponto. Perseguitato si arresterà di fronte ad un campo di fave.

Secondo la credenza pitagorica le anime dei morti ritornavano in vita attraverso le fave, quindi cibarsene avrebbe ostacolato il loro passaggio.

L’insegnamento di Pitagora si sviluppava per gradi, secondo un modello iniziatico tipico delle sette. I membri erano tenuti a mantenere il silenzio. Da qui la leggenda di Ippaso, ucciso per aver divulgato la dottrina dell‘incommensurabilità della diagonale col lato del quadrato.

I pitagorici erano per un sapere elitario – piramidale, contrariamente ai milesi, che erano favorevoli ad un sapere aperto, circolare ed orizzontale. Nella scuola pitagorica gli acusmatici si limitavano ad ascoltare i precetti e a seguirli. Per un periodo dovevano rinunciare a parlare (afasia), affinché si abituassero ad ascoltare e a ragionare prima di comunicare. I matematici, invece, erano coloro che pervenivano alla conoscenza dei μάθημα (máthema), elementi di aritmetica, geometria, astronomia e musica. Nell’ambito della geometria la scuola di Pitagora diede un grande contributo, basti pensare al teorema di Pitagora, che asserisce che la somma dei quadrati dei cateti è equivalente al quadrato dell’ipotenusa. 

Pari v.s. Dispari

Per i Pitagorici il numero 1 è un non numero, in quanto se aggiunto ad un numero pari dà un numero dispari e viceversa. La decade (10) esprime la perfezione, perché è la somma dei primi quattro numeri. La tetrade (4) è un numero sacro, perché il quadrato è divisibile in due parti uguali e rendere giustizia significa dare egualmente l’uguale all’uguale. Pitagora riconduceva tutto ai numeri (Archè), i quali sono divisi in:

  • Pari: imperfetti, aperti, molti. Emblema del male, delle tenebre e della donna.

    10

  • Parimpari: equilibrio
  • Impari: perfetti e chiusi. Emblema del bene, della luce, dell’uno e dell’uomo.

Secondo la tradizione Pitagora era abile nelle capacità predittive e aveva una straordinaria memoria. Tra i suoi rivestiva quasi un potere magico, perché in molti attestavano che fosse un guaritore, che placava le tempeste e interrompeva persino le pestilenze.

MONOCORDE

Tra le altre cose, Pitagora era anche un compositore ed esperto di musica. Egli credeva che l’universo fosse un immenso monocorde tra cielo e terra. Il monocorde è uno strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza tra due ponti, e posata su un terzo ponte intermedio che può essere spostato in modo da dividere la corda a piacere e ottenere suoni di altezza variabile. Il termine “cosmo” è sinonimo di armonia universale, intesa come l’insieme delle relazioni matematiche a cui corrispondono delle “armonie musicali”.

COSMOLOGIA PITAGORICA

L’unità  ha un corrispettivo cosmologico nel fuoco, una sfera (la più perfetta delle figure geometriche in cui tutto sta alla stessa distanza dal centro). Pitagora aveva una visione del cosmo non geocentrica: la terra non sta al centro del cosmo, ma ruota in senso antiorario intorno al fuoco centrale, come tutti gli altri corpi celesti, che si muovono lungo orbite sferiche concentriche, ciascuno bilanciato da un altro, in posizione opposta.

Alle discipline scientifiche si ancoravano le dottrine sul destino delle anime, le quali dovevano prepararsi ad accedere ad una vita beata, dopo essere passate attraverso una serie di trasmigrazioni, ossia di reincarnazioni (metempsicosi). Il divieto di mangiare la carne spiega la necessità di rispettare il valore dell’anima che abita ogni corpo animale. Nei Pitagorici, infatti, vi è la responsabilità di educare l’anima in vista di una vita migliore dopo la morte. Per Pitagora il corpo era la prigione dell’anima. Ciò anticipa il dialogo dell’immortalità dell’anima di Platone (Fedone) di cui si parlerà nelle prossime lezioni.

 

 

 

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ANTROPOGENESI (L’origine dell’uomo)

Il 24 novembre 1859 il naturalista britannico C. Darwin diede alle stampe l’Origine delle specie, un’opera rivoluzionaria in cui è presentata la teoria della selezione naturale, secondo cui tutte le specie viventi sono il risultato di una lunga evoluzione. I sette miliardi e mezzo di esseri umani, che abitano questo pianeta, rappresentano l’ultima fronda di un processo evolutivo che ha oscurato una parte sottostante assai più ramificata, in cui c’erano più specie contemporaneamente presenti. Alla fine solo una di esse sopravvisse: l’homo sapiens.  

L’albero genealogico dell’uomo (riadattato dallo Smithsonian’s National Museum of Natural History).

L’allontanamento della placca nubiana da quella somala ha creato una spaccatura nel terreno e il conseguente sollevamento dei sedimenti più profondi, facendo riemergere fossili di milioni di anni fa. I sedimenti, di origine vulcanica, sono stati datati con precisione grazie alla metodologia radiometrica. Ciò ha permesso di stabilire che la separazione tra la linea evolutiva degli uomini e quella delle scimmie antropomorfe è avvenuta tra i 7 e i 5 milioni di anni fa. 

In Africa orientale sono stati rinvenuti i fossili dellArdipithecus ramidus, datati circa 5 milioni di anni fa. Questi antenati avevano un’andatura bipede, lunghe braccia e l’alluce opponibile, ideale per afferrare i rami.

© Lucy – H. Lorren Au Jr/ZUMA Press/Corbis

Nel 1924 l’antropologo Raymound Dart scoprì presso la località di Taung, in Sudafrica, i resti dello scheletro di un ominide morto all’età di circa tre anni, che ricevette la denominazione scientifica di Australopithecus africanus. Il cervello dell’ Australopithecus era simile a quello delle scimmie, ma la dentatura e la posizione eretta lo accostavano alla specie umana. Al Museum of Natural History di Cleveland sono conservati i resti dello scheletro di Lucy, un’ominide donna rinvenuto in Etiopia nel 1974 e classificato come Australopithecus afarensis.

Nel 1959 i coniugi Leakey nella gola di Olduvai (Tanzania) scoprirono l’Homo habilis, il primo ominide a produrre strumenti in pietra scheggiata chiamata Chopper, un ciottolo di pietra con l’estremità aguzza e tagliente, usata per scarnificare. Grazie a questi utensili, l’alimentazione dell’ominide non dipese più dalla sola raccolta di frutta e radici, ma anche dalla cacciagione. Gli animali non contribuirono solo ad arricchire l’organismo umano di proteine, ma le loro pelli furono altresì utili per ripararsi dal freddo e dalle intemperie; dalle loro zanne, corna e ossa i primi uomini ricavarono armi, strumenti e ornamenti; infine dai tendini e crini dei bovini ricavarono il materiale per abbozzare una prima forma di tessitura. Queste conoscenze si svilupparono in un tempo lunghissimo, ma già da quel primo colpo di pietra scagliato dall’homo habilis è possibile cogliere la lungimiranza di un’evoluzione tecnica che avrebbe condotto all’ingegnosità dell’uomo moderno.

Con l’homo habilis ha inizio il Paleolitico (dal greco: παλαιός, antico, e λίθος, pietra, ossia “età della pietra antica”), il primo periodo della Preistoria. L’homo habilis viveva in Africa circa 2,5 milioni di anni fa e si seppe adattare ad un ambiente più secco della foresta, spostandosi nella savana.

In Asia sono stati rinvenuti resti di un altro ominide: l’homo erectus, vissuto 1,8 milioni di anni fa. L’homo erectus viveva in gruppi di suoi simili, conduceva una vita nomade e acquisì la capacità di produrre e conservare il fuoco. Con la scoperta del fuoco, l’uomo riuscì a superare la paura dell’ignoto e a sfruttare i benefici della natura. Il fuoco, infatti, portò calore, illuminò le oscurità notturne, tenne lontane le fiere e rese le carni della selvaggina più tenere, quindi più digeribili.

In Spagna, nella Gran Dolina Atapuerca, sono stati rinvenuti i resti dell‘homo antecessor (8.000 anni fa). Il primo ominide italiano fu l’homo di Ceprano, in provincia di Frosinone, i cui resti fossili, riconducibili alla calotta cranica, sono datati tra 900 e 450 mila anni fa. Secondo Giorgio Manzi è bene ritenere in attesa di un confronto diretto, i reperti spagnoli e quello italiano come appartenenti alla medesima specie.

Fonte: http://publicadosbrasil.blogspot.com/2019/03/neandertais-e-humanos-primitivos-podem.html

Nel 1856, nella valle del Neander, in Germania, furono ritrovati i resti dell’homo neanderthalensis: un ominide vissuto nel Paleolitico medio (200.000 – 40.000 anni fa), che popola l’Europa e il Medio Oriente. Gli studiosi ipotizzano che questa specie si sia originata, circa 250.000 anni fa, dalla variante europea di Homo heidelbergensis. Fisicamente robusti con una protuberanza nella parte posteriore del cranio detta “chignon” e l’arcata dentale protesa in avanti, l’uomo di Neanderthal era un abile cacciatore e dava sepoltura ai morti, probabilmente per evitare che gli animali si cibassero dei cadaveri. L’homo di Neanderthal era basso e tarchiato, ovvero aveva una conformità corporea tipica di un ambiente glaciale. L’apparente somiglianza con l’homo sapiens ha fatto sì che il Neanderthal ne venisse considerato un progenitore, ma grazie all’analisi del DNA si è appurato che Sapiens e Neanderthal sono due specie diverse e non una l’evoluzione dell’altra. Queste due specie, infatti, sono coesistite e nel Vicino Oriente circa 100.000 anni fa si sono incontrati, convivendo in Europa per un periodo che si aggira intorno ai 5.000 anni.

Perché l’homo sapiens è prevalso sull’homo di Neanderthal?

Secondo il biologo evoluzionista Giorgio Manzi, ciò è stato possibile per il principio di esclusione competitiva, in base al quale non possono esistere due specie nello stesso posto che occupino gli stessi spazi, vivano allo stesso modo e caccino gli stessi animali. Prima o poi una delle due è destinata a scomparire. Nel giro di un migliaio di anni, infatti, gli uomini di Neanderthal si sono estinti, permettendo così ai Sapiens di popolare il pianeta . 

Per il paletnologo Fabio Martini il primato dei Sapiens risiede nella Comunicazione, intendendo con essa la capacità di inserirsi nell’ambiente e tramandare conoscenza. Si tratta di un approccio che trascende l’aspetto prettamente verbale, includendo contenuti simbolici. L’homo sapiens è stato l’unico ominide ad acquisire la capacità di rappresentare in forma simbolica la realtà, creando espressioni artistiche in grado di trasmettere ai posteri affascinanti squarci di vita pubblica e privata. 

 

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STORIA DEL MACRAMÉ

Articolo dedicato a mia madre

C. Leggio – copribottiglia in macramè

L’uso di annodare i fili dell’ordito di una tela tessuta a mano risale agli albori della stessa tessitura. Una tunica con frange annodata, risalente al I secolo a. C., è stata rinvenuta sulle sponde del Nilo, presso la città fortificata di Qasr Ibrim.

Si deve agli arabi la diffusione nell’area mediterranea di questo merletto annodato. Tracce dell’influenza del mondo islamico si evincono dai nomi di alcuni nodi decorativi, come i punti Jasmine e Mustafà. Nel Mediterraneo, la suddetta tecnica era usata perlopiù in ambito domestico per ridefinire polsini o camicie con scollo quadrangolare. In seguito, quando il filato grezzo fu sostituito da fili di lino più sottili, la tecnica acquisì un’estetica migliore, esordendo nelle bordure dei corredi nuziali e negli arredi ecclesiastici.

Il nome ‘macramè’ deriva dalla crasi di due parole di origine araba ‘mahrana’ e ‘rame’ che significano rispettivamente ‘frangia’ e ‘nodo’. Inizialmente il termine non indicava la tecnica di esecuzione dei manufatti, bensì tutti gli oggetti che avessero un bordo frangiato. Per la prima volta la parola “Macramé” compare in uno scritto del 1584; prima di quest’anno gli inventari riferiscono di alcuni asciugamani ornati da punti ‘alla moresca’. Difatti, i termini ‘asciugamano’ e ‘macramé’ indicano quasi la stessa cosa, con la differenza che il primo designa un oggetto ordinario, mentre il secondo un bene di lusso.

Modello

Secondo la leggenda popolare il macramè fu importato a Genova nel XI secolo dai marinai, che praticavano una tecnica nota come “legatura quadra” nelle ore di ozio delle traversate, realizzando amache, cinture, borse e tutto ciò che potessero barattare per garantirsi vitto e alloggio nei paesi di approdo.

Nel 1680 il mercante Giuseppe Perazzo commerciava il macramè di Chiavari (GE) prodotto dalle merlettaie della costa levantina e dell’entroterra, nella città di Costantinopoli e nei suoi dintorni.

L’avvento della Rivoluzione Industriale ha inevitabilmente provocato una crisi del settore, relegando il macramè ad una tessitura di nicchia con una richiesta sempre minore a causa del costo elevato. Nei primi anni del XX secolo l’entusiasmo della Belle Epoche giunse anche in Italia e l’interesse per il macramè tornò in voga, figurando tra le discipline scolastiche negli istituti femminili della Liguria.

Modella

Una realtà simile si ebbe anche a Torino con la Casa del Sole di Valentina Cavandoli (1872-1969), direttrice di una scuola per bambini orfani e bisognosi di assistenza. Valente sostenitrice del metodo Montessori, la maestra Cavandoli incluse nelle attività ricreative dei compiti manuali. Grazie a questo espediente ebbe modo di insegnare ai bambini il macramè, che lei a sua volta aveva appreso da sua nonna Virginia Lamberti,  esperta nella lavorazione di tessuti colorati tramite una tecnica che rimarrà alla storia come Punto Cavandoli. I lavoretti dei bambini (tovagliette, sacchetti, cuscini, ecc…) erano poi venduti e devoluti in beneficenza.

Lo scoppio delle Guerre Mondiali e gli anni dell’emancipazione femminile minacciarono nuovamente la diffusione del macramé. A Chiavari la maestra, Maria Chiappe, studiando i campioni antichi, inventò altri nodi creativi, ponendosi a capo della scuola di macramè presso il Consorzio provinciale di istruzione tecnica di Chiavari (chiusa nel 1989).

C. Leggio – Bracciali

Nel 1997 viene fondata a Genova l’associazione “De Fabula” che, tramite iniziative culturali, è ancora operante nella trasmissione del macramè. Nell’ultimo ventennio il macramé ha inglobato le opere tridimensionali della fiber art e il micro macramé, che trova la sua applicazione nei merletti gioiello, realizzati combinando nodi con perline, conchiglie, anelli o pietre preziose.

Di mano in mano questa tecnica si è complicata secondo la fantasia delle sue creatrici, rimanendo allo stesso tempo sempre fedele ai motivi di base. A Corleone Carmela Leggio da anni realizza tovaglie, bracciali, cestini, copribottiglia e tanto altro ancora, tramandando l’arte tecnica del macramè che lei ha appreso da sua zia paterna. Nella giornata di ieri, 25 agosto 2019, lei ed altre esperte artigiane locali hanno realizzato la mostra laboratorio “Un piano di donne“, esibendo i propri lavori e corredi antichi.

C. Leggio – manufatti in macramè

 

 

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X AGOSTO

Sommario:

  1. Testo: X Agosto
  2. Lettura di Vittorio Gassman
  3. Schema metrico e struttura della lirica
  4. Parafrasi
  5. La notte di San Lorenzo
  6. Parallelismo tra la rondine e il padre
  7. Analisi testuale

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La bandiera siciliana

La Bandiera Siciliana è nata il 3 aprile 1282, durante la Rivoluzione del Vespro. Rappresentava l’unità del popolo siciliano intento a scacciare dall’isola gli Angioini. 

  • DESCRIZIONE

 

La bandiera è costituita da un drappo di forma rettangolare di colore rosso e giallo con al centro la Triscele, il Gorgoneion e le spighe. I colori riprendono il rosso della città di Palermo e il giallo di Corleone, importante centro agricolo. 

 

  • LA TRISCELE

La triscele è un termine araldico che illustra una figura femminile composta da tre gambe in movimento. Il simbolo è presente anche nella cultura mesopotamica, americana e indiana. La Trinacria rappresenta i tre promontori più estremi dell’isola: Capo Lilibeo, Capo Passero, Capo Peloro.

  • IL GORGONEION

G. L. Bernini, Medusa, Musei capitolini.

 

Nella mitologia greca il termine “gorgone” indica le figlie di Forco e Ceto: Steno, Euriale e Medusa. Le tre sorelle avevano ali d’oro, mani artigliate di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le fissasse negli occhi. Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozzò la testa guardando la sua immagine riflessa nel suo scudo. Nella versione siciliana il serpente rappresenta la saggezza. 

 

 

Allo stemma furono poi aggiunte le spighe di grano, non solo per la fertilità del terreno della regione, ma anche perché la Sicilia fu la  provincia ‘granaio’ dell’Impero Romano.

Nel 1962, sulla collinetta di Castellazzo di Palma è stata rinvenuta una ceramica in terracotta, che riportava il simbolo della triscele. Lo stesso simbolo è stato ritrovato nei pressi di Gela. Entrambi i reperti, ora presso il Museo Archeologico di Agrigento, sono stati fatti risalire al VII secolo a.C. e confermerebbero i rapporti tra Micene e Sicilia.

 

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