Perché nel mese di dicembre si addobba l’albero di Natale?

L’origine dell’albero di Natale segue da vicino la Natività e il bisogno per il Cristianesimo di assorbire le tradizioni e i simboli delle religioni pagane. A tal fine che cosa è meglio di un albero sempreverde per esprimere il messaggio dell’immortalità?

L’abitudine di decorare degli alberi sempreverdi era diffusa già tra i druidi, antichi sacerdoti dei Celti,in occasione del solstizio d’inverno, in cui si festeggiava la rinascita del sole. I popoli dell’Europa del Nord per illuminare la lunga notte del solstizio d’inverno incendiavano un grosso albero. In Egitto vi era il culto del «Sol Invictus», in cui i sacerdoti annunciavano la nascita del Sole, raffigurato da un bambino partorito da una vergine. Il culto fu poi adottato dai romani, che festeggiavano «il sole che nasce» in riferimento al dio Mitra. Quindi i pagani celebravano la nascita astronomica del sole, mentre i cristiani quella di Cristo, ovvero la luce che appare al mondo dopo la lunga notte del peccato.

Nella tradizione cristiana l’abete fu sostituito da un agrifoglio, le cui spine ricordavano la corona di Cristo. I primi alberi di Natale erano chiamati «alberi del Paradiso» ed erano decorati con mele (allegoria del peccato originale), e ostie (simbolo del corpo di Cristo). In seguito furono aggiunti dei nastri argentati e dorati per richiamare i doni dei Re Magi. Nei paesi  della Turingia, in cui era praticata l’arte vetraria, si aggiunsero anche delle sfere di vetro colorato per dare più luminosità all’albero ed, insieme alle candele, indicare il motto evangelico «Cristo luce del mondo». In Italia, la tradizione dell’albero di Natale è arrivata nella seconda metà dell’Ottocento, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I di Savoia, ne fece allestire uno al Quirinale. Da lì poi la moda si diffuse in tutto il paese, giungendo sino a noi.

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Il caffè storico, Natale | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

PITAGORA

PITAGORA

Nacque a Samo, ma verso il 530 a. C. fuggì a causa della tirannide di Policrate, ostile al vecchio dominio degli aristocratici. Si recò a Crotone nella Magna Grecia, ove fondò la scuola dei pitagorici. Crotone fu sconvolta poi da una rivolta democratica, che sfociò nell’incendio dell’edificio dei pitagorici, uccidendone alcuni. Si narra che Pitagora riparò a Locri e poi a Metaponto. Perseguitato si arresterà di fronte ad un campo di fave.

Secondo la credenza pitagorica le anime dei morti ritornavano in vita attraverso le fave, quindi cibarsene avrebbe ostacolato il loro passaggio.

L’insegnamento di Pitagora si sviluppava per gradi, secondo un modello iniziatico tipico delle sette. I membri erano tenuti a mantenere il silenzio. Da qui la leggenda di Ippaso, ucciso per aver divulgato la dottrina dell‘incommensurabilità della diagonale col lato del quadrato.

I pitagorici erano per un sapere elitario – piramidale, contrariamente ai milesi, che erano favorevoli ad un sapere aperto, circolare ed orizzontale. Nella scuola pitagorica gli acusmatici si limitavano ad ascoltare i precetti e a seguirli. Per un periodo dovevano rinunciare a parlare (afasia), affinché si abituassero ad ascoltare e a ragionare prima di comunicare. I matematici, invece, erano coloro che pervenivano alla conoscenza dei μάθημα (máthema), elementi di aritmetica, geometria, astronomia e musica. Nell’ambito della geometria la scuola di Pitagora diede un grande contributo, basti pensare al teorema di Pitagora, che asserisce che la somma dei quadrati dei cateti è equivalente al quadrato dell’ipotenusa. 

Pari v.s. Dispari

Per i Pitagorici il numero 1 è un non numero, in quanto se aggiunto ad un numero pari dà un numero dispari e viceversa. La decade (10) esprime la perfezione, perché è la somma dei primi quattro numeri. La tetrade (4) è un numero sacro, perché il quadrato è divisibile in due parti uguali e rendere giustizia significa dare egualmente l’uguale all’uguale. Pitagora riconduceva tutto ai numeri (Archè), i quali sono divisi in:

  • Pari: imperfetti, aperti, molti. Emblema del male, delle tenebre e della donna.

    10

  • Parimpari: equilibrio
  • Impari: perfetti e chiusi. Emblema del bene, della luce, dell’uno e dell’uomo.

Secondo la tradizione Pitagora era abile nelle capacità predittive e aveva una straordinaria memoria. Tra i suoi rivestiva quasi un potere magico, perché in molti attestavano che fosse un guaritore, che placava le tempeste e interrompeva persino le pestilenze.

MONOCORDE

Tra le altre cose, Pitagora era anche un compositore ed esperto di musica. Egli credeva che l’universo fosse un immenso monocorde tra cielo e terra. Il monocorde è uno strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza tra due ponti, e posata su un terzo ponte intermedio che può essere spostato in modo da dividere la corda a piacere e ottenere suoni di altezza variabile. Il termine “cosmo” è sinonimo di armonia universale, intesa come l’insieme delle relazioni matematiche a cui corrispondono delle “armonie musicali”.

COSMOLOGIA PITAGORICA

L’unità  ha un corrispettivo cosmologico nel fuoco, una sfera (la più perfetta delle figure geometriche in cui tutto sta alla stessa distanza dal centro). Pitagora aveva una visione del cosmo non geocentrica: la terra non sta al centro del cosmo, ma ruota in senso antiorario intorno al fuoco centrale, come tutti gli altri corpi celesti, che si muovono lungo orbite sferiche concentriche, ciascuno bilanciato da un altro, in posizione opposta.

Alle discipline scientifiche si ancoravano le dottrine sul destino delle anime, le quali dovevano prepararsi ad accedere ad una vita beata, dopo essere passate attraverso una serie di trasmigrazioni, ossia di reincarnazioni (metempsicosi). Il divieto di mangiare la carne spiega la necessità di rispettare il valore dell’anima che abita ogni corpo animale. Nei Pitagorici, infatti, vi è la responsabilità di educare l’anima in vista di una vita migliore dopo la morte. Per Pitagora il corpo era la prigione dell’anima. Ciò anticipa il dialogo dell’immortalità dell’anima di Platone (Fedone) di cui si parlerà nelle prossime lezioni.

 

 

 

Pubblicato in Età Classica, Il caffè storico, Storia della Filosofia Antica | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

ANTROPOGENESI (L’origine dell’uomo)

Il 24 novembre 1859 il naturalista britannico C. Darwin diede alle stampe l’Origine delle specie, un’opera rivoluzionaria in cui è presentata la teoria della selezione naturale, secondo cui tutte le specie viventi sono il risultato di una lunga evoluzione. I sette miliardi e mezzo di esseri umani, che abitano questo pianeta, rappresentano l’ultima fronda di un processo evolutivo che ha oscurato una parte sottostante assai più ramificata, in cui c’erano più specie contemporaneamente presenti. Alla fine solo una di esse sopravvisse: l’homo sapiens.  

L’albero genealogico dell’uomo (riadattato dallo Smithsonian’s National Museum of Natural History).

L’allontanamento della placca nubiana da quella somala ha creato una spaccatura nel terreno e il conseguente sollevamento dei sedimenti più profondi, facendo riemergere fossili di milioni di anni fa. I sedimenti, di origine vulcanica, sono stati datati con precisione grazie alla metodologia radiometrica. Ciò ha permesso di stabilire che la separazione tra la linea evolutiva degli uomini e quella delle scimmie antropomorfe è avvenuta tra i 7 e i 5 milioni di anni fa. 

In Africa orientale sono stati rinvenuti i fossili dellArdipithecus ramidus, datati circa 5 milioni di anni fa. Questi antenati avevano un’andatura bipede, lunghe braccia e l’alluce opponibile, ideale per afferrare i rami.

© Lucy – H. Lorren Au Jr/ZUMA Press/Corbis

Nel 1924 l’antropologo Raymound Dart scoprì presso la località di Taung, in Sudafrica, i resti dello scheletro di un ominide morto all’età di circa tre anni, che ricevette la denominazione scientifica di Australopithecus africanus. Il cervello dell’ Australopithecus era simile a quello delle scimmie, ma la dentatura e la posizione eretta lo accostavano alla specie umana. Al Museum of Natural History di Cleveland sono conservati i resti dello scheletro di Lucy, un’ominide donna rinvenuto in Etiopia nel 1974 e classificato come Australopithecus afarensis.

Nel 1959 i coniugi Leakey nella gola di Olduvai (Tanzania) scoprirono l’Homo habilis, il primo ominide a produrre strumenti in pietra scheggiata chiamata Chopper, un ciottolo di pietra con l’estremità aguzza e tagliente, usata per scarnificare. Grazie a questi utensili, l’alimentazione dell’ominide non dipese più dalla sola raccolta di frutta e radici, ma anche dalla cacciagione. Gli animali non contribuirono solo ad arricchire l’organismo umano di proteine, ma le loro pelli furono altresì utili per ripararsi dal freddo e dalle intemperie; dalle loro zanne, corna e ossa i primi uomini ricavarono armi, strumenti e ornamenti; infine dai tendini e crini dei bovini ricavarono il materiale per abbozzare una prima forma di tessitura. Queste conoscenze si svilupparono in un tempo lunghissimo, ma già da quel primo colpo di pietra scagliato dall’homo habilis è possibile cogliere la lungimiranza di un’evoluzione tecnica che avrebbe condotto all’ingegnosità dell’uomo moderno.

Con l’homo habilis ha inizio il Paleolitico (dal greco: παλαιός, antico, e λίθος, pietra, ossia “età della pietra antica”), il primo periodo della Preistoria. L’homo habilis viveva in Africa circa 2,5 milioni di anni fa e si seppe adattare ad un ambiente più secco della foresta, spostandosi nella savana.

In Asia sono stati rinvenuti resti di un altro ominide: l’homo erectus, vissuto 1,8 milioni di anni fa. L’homo erectus viveva in gruppi di suoi simili, conduceva una vita nomade e acquisì la capacità di produrre e conservare il fuoco. Con la scoperta del fuoco, l’uomo riuscì a superare la paura dell’ignoto e a sfruttare i benefici della natura. Il fuoco, infatti, portò calore, illuminò le oscurità notturne, tenne lontane le fiere e rese le carni della selvaggina più tenere, quindi più digeribili.

In Spagna, nella Gran Dolina Atapuerca, sono stati rinvenuti i resti dell‘homo antecessor (8.000 anni fa). Il primo ominide italiano fu l’homo di Ceprano, in provincia di Frosinone, i cui resti fossili, riconducibili alla calotta cranica, sono datati tra 900 e 450 mila anni fa. Secondo Giorgio Manzi è bene ritenere in attesa di un confronto diretto, i reperti spagnoli e quello italiano come appartenenti alla medesima specie.

Fonte: http://publicadosbrasil.blogspot.com/2019/03/neandertais-e-humanos-primitivos-podem.html

Nel 1856, nella valle del Neander, in Germania, furono ritrovati i resti dell’homo neanderthalensis: un ominide vissuto nel Paleolitico medio (200.000 – 40.000 anni fa), che popola l’Europa e il Medio Oriente. Gli studiosi ipotizzano che questa specie si sia originata, circa 250.000 anni fa, dalla variante europea di Homo heidelbergensis. Fisicamente robusti con una protuberanza nella parte posteriore del cranio detta “chignon” e l’arcata dentale protesa in avanti, l’uomo di Neanderthal era un abile cacciatore e dava sepoltura ai morti, probabilmente per evitare che gli animali si cibassero dei cadaveri. L’homo di Neanderthal era basso e tarchiato, ovvero aveva una conformità corporea tipica di un ambiente glaciale. L’apparente somiglianza con l’homo sapiens ha fatto sì che il Neanderthal ne venisse considerato un progenitore, ma grazie all’analisi del DNA si è appurato che Sapiens e Neanderthal sono due specie diverse e non una l’evoluzione dell’altra. Queste due specie, infatti, sono coesistite e nel Vicino Oriente circa 100.000 anni fa si sono incontrati, convivendo in Europa per un periodo che si aggira intorno ai 5.000 anni.

Perché l’homo sapiens è prevalso sull’homo di Neanderthal?

Secondo il biologo evoluzionista Giorgio Manzi, ciò è stato possibile per il principio di esclusione competitiva, in base al quale non possono esistere due specie nello stesso posto che occupino gli stessi spazi, vivano allo stesso modo e caccino gli stessi animali. Prima o poi una delle due è destinata a scomparire. Nel giro di un migliaio di anni, infatti, gli uomini di Neanderthal si sono estinti, permettendo così ai Sapiens di popolare il pianeta . 

Per il paletnologo Fabio Martini il primato dei Sapiens risiede nella Comunicazione, intendendo con essa la capacità di inserirsi nell’ambiente e tramandare conoscenza. Si tratta di un approccio che trascende l’aspetto prettamente verbale, includendo contenuti simbolici. L’homo sapiens è stato l’unico ominide ad acquisire la capacità di rappresentare in forma simbolica la realtà, creando espressioni artistiche in grado di trasmettere ai posteri affascinanti squarci di vita pubblica e privata. 

 

Pubblicato in Il caffè storico, Storia Antica | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

STORIA DEL MACRAMÉ

Articolo dedicato a mia madre

C. Leggio – copribottiglia in macramè

L’uso di annodare i fili dell’ordito di una tela tessuta a mano risale agli albori della stessa tessitura. Una tunica con frange annodata, risalente al I secolo a. C., è stata rinvenuta sulle sponde del Nilo, presso la città fortificata di Qasr Ibrim.

Si deve agli arabi la diffusione nell’area mediterranea di questo merletto annodato. Tracce dell’influenza del mondo islamico si evincono dai nomi di alcuni nodi decorativi, come i punti Jasmine e Mustafà. Nel Mediterraneo, la suddetta tecnica era usata perlopiù in ambito domestico per ridefinire polsini o camicie con scollo quadrangolare. In seguito, quando il filato grezzo fu sostituito da fili di lino più sottili, la tecnica acquisì un’estetica migliore, esordendo nelle bordure dei corredi nuziali e negli arredi ecclesiastici.

Il nome ‘macramè’ deriva dalla crasi di due parole di origine araba ‘mahrana’ e ‘rame’ che significano rispettivamente ‘frangia’ e ‘nodo’. Inizialmente il termine non indicava la tecnica di esecuzione dei manufatti, bensì tutti gli oggetti che avessero un bordo frangiato. Per la prima volta la parola “Macramé” compare in uno scritto del 1584; prima di quest’anno gli inventari riferiscono di alcuni asciugamani ornati da punti ‘alla moresca’. Difatti, i termini ‘asciugamano’ e ‘macramé’ indicano quasi la stessa cosa, con la differenza che il primo designa un oggetto ordinario, mentre il secondo un bene di lusso.

Modello

Secondo la leggenda popolare il macramè fu importato a Genova nel XI secolo dai marinai, che praticavano una tecnica nota come “legatura quadra” nelle ore di ozio delle traversate, realizzando amache, cinture, borse e tutto ciò che potessero barattare per garantirsi vitto e alloggio nei paesi di approdo.

Nel 1680 il mercante Giuseppe Perazzo commerciava il macramè di Chiavari (GE) prodotto dalle merlettaie della costa levantina e dell’entroterra, nella città di Costantinopoli e nei suoi dintorni.

L’avvento della Rivoluzione Industriale ha inevitabilmente provocato una crisi del settore, relegando il macramè ad una tessitura di nicchia con una richiesta sempre minore a causa del costo elevato. Nei primi anni del XX secolo l’entusiasmo della Belle Epoche giunse anche in Italia e l’interesse per il macramè tornò in voga, figurando tra le discipline scolastiche negli istituti femminili della Liguria.

Modella

Una realtà simile si ebbe anche a Torino con la Casa del Sole di Valentina Cavandoli (1872-1969), direttrice di una scuola per bambini orfani e bisognosi di assistenza. Valente sostenitrice del metodo Montessori, la maestra Cavandoli incluse nelle attività ricreative dei compiti manuali. Grazie a questo espediente ebbe modo di insegnare ai bambini il macramè, che lei a sua volta aveva appreso da sua nonna Virginia Lamberti,  esperta nella lavorazione di tessuti colorati tramite una tecnica che rimarrà alla storia come Punto Cavandoli. I lavoretti dei bambini (tovagliette, sacchetti, cuscini, ecc…) erano poi venduti e devoluti in beneficenza.

Lo scoppio delle Guerre Mondiali e gli anni dell’emancipazione femminile minacciarono nuovamente la diffusione del macramé. A Chiavari la maestra, Maria Chiappe, studiando i campioni antichi, inventò altri nodi creativi, ponendosi a capo della scuola di macramè presso il Consorzio provinciale di istruzione tecnica di Chiavari (chiusa nel 1989).

C. Leggio – Bracciali

Nel 1997 viene fondata a Genova l’associazione “De Fabula” che, tramite iniziative culturali, è ancora operante nella trasmissione del macramè. Nell’ultimo ventennio il macramé ha inglobato le opere tridimensionali della fiber art e il micro macramé, che trova la sua applicazione nei merletti gioiello, realizzati combinando nodi con perline, conchiglie, anelli o pietre preziose.

Di mano in mano questa tecnica si è complicata secondo la fantasia delle sue creatrici, rimanendo allo stesso tempo sempre fedele ai motivi di base. A Corleone Carmela Leggio da anni realizza tovaglie, bracciali, cestini, copribottiglia e tanto altro ancora, tramandando l’arte tecnica del macramè che lei ha appreso da sua zia paterna. Nella giornata di ieri, 25 agosto 2019, lei ed altre esperte artigiane locali hanno realizzato la mostra laboratorio “Un piano di donne“, esibendo i propri lavori e corredi antichi.

C. Leggio – manufatti in macramè

 

 

Pubblicato in Ballate, tradizioni e costumi siciliani, Il caffè storico | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

X AGOSTO

Sommario:

  1. Testo: X Agosto
  2. Lettura di Vittorio Gassman
  3. Schema metrico e struttura della lirica
  4. Parafrasi
  5. La notte di San Lorenzo
  6. Parallelismo tra la rondine e il padre
  7. Analisi testuale

Continua a leggere

Pubblicato in Il caffè storico | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

La bandiera siciliana

La Bandiera Siciliana è nata il 3 aprile 1282, durante la Rivoluzione del Vespro. Rappresentava l’unità del popolo siciliano intento a scacciare dall’isola gli Angioini. 

  • DESCRIZIONE

 

La bandiera è costituita da un drappo di forma rettangolare di colore rosso e giallo con al centro la Triscele, il Gorgoneion e le spighe. I colori riprendono il rosso della città di Palermo e il giallo di Corleone, importante centro agricolo. 

 

  • LA TRISCELE

La triscele è un termine araldico che illustra una figura femminile composta da tre gambe in movimento. Il simbolo è presente anche nella cultura mesopotamica, americana e indiana. La Trinacria rappresenta i tre promontori più estremi dell’isola: Capo Lilibeo, Capo Passero, Capo Peloro.

  • IL GORGONEION

G. L. Bernini, Medusa, Musei capitolini.

 

Nella mitologia greca il termine “gorgone” indica le figlie di Forco e Ceto: Steno, Euriale e Medusa. Le tre sorelle avevano ali d’oro, mani artigliate di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le fissasse negli occhi. Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozzò la testa guardando la sua immagine riflessa nel suo scudo. Nella versione siciliana il serpente rappresenta la saggezza. 

 

 

Allo stemma furono poi aggiunte le spighe di grano, non solo per la fertilità del terreno della regione, ma anche perché la Sicilia fu la  provincia ‘granaio’ dell’Impero Romano.

Nel 1962, sulla collinetta di Castellazzo di Palma è stata rinvenuta una ceramica in terracotta, che riportava il simbolo della triscele. Lo stesso simbolo è stato ritrovato nei pressi di Gela. Entrambi i reperti, ora presso il Museo Archeologico di Agrigento, sono stati fatti risalire al VII secolo a.C. e confermerebbero i rapporti tra Micene e Sicilia.

 

Pubblicato in Il caffè storico, Palermo | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

LA MELA: IL FRUTTO ONNIPRESENTE

Le mele appartengono alla famiglia delle Rosacee. L’albero del melo risale al Neolitico ed è originario dell’Asia Centrale. Alcuni studi ricollocherebbero l’origine del melo al Kazakistan, attorno alla città Alma Ata, che significa “Padre delle mele”. L’Italia occupa il sesto posto su scala mondiale per la produzione di mele.  In Trentino Alto Adige la mela è un prodotto Made in Italy che copre il 70% della produzione nazionale. 

  • PROPRIETÀ NUTRIZIONALI

Il proverbio ‘una mela al giorno toglie il medico di torno’ descrive bene le proprietà nutrizionali di questo frutto. Le mele sono costituite principalmente da acqua, contengono vitamina C, mantengono equilibrato il livello glicemico, sono ricche di fibre e antiossidanti e hanno un basso apporto calorico. Sono consigliate nelle diete perché hanno benefici su cuore, intestino, denti e polmoni.

La mela nutre il corpo e anche la mente, visto che fu proprio una mela caduta da un albero ad ispirare nel 1666 lo scienziato Isaac Newton a pensare la legge della gravitazione universale.

Che cosa sarebbe il “Canestro di frutta” di Caravaggio senza la mela bacata?                       

In questa natura morta, immobile e bidimensionale, si ha l’impressione che il cesto in vimini esca dalla composizione, arrivando direttamente a chi osserva. La mela bacata allude alla precarietà delle cose e all’inevitabile trascorrere del tempo. È un particolare che salta subito all’occhio, rendendo quasi obbligata la riflessione sulla sua natura consunta ed imperfetta.  

Particolare della mela bacata /Canestro di Frutta – Caravaggio. 

Rodolfo II in veste di Vertunno – Arcimboldo. 

 

 

Nel ritratto di Rodolfo II in veste di Vertumno, capolavoro indiscusso del manierista Giuseppe Arcimboldi, la mela partecipa al grottesco assemblaggio di frutta, piante e verdura. Vertumno, dio del cambiamento delle stagioni descrive l’Imperatore come il “Signore del tempo”.

 

 

 

 

Anche il neoclassicista Antonio Canova materializza la bellezza femminile facendo tenere in mano, a Paolina Borghese, il “pomo d’oro” come richiamo simbolico alla dea Afrodite. Con la sua forma delicata e circolare, la mela si erge ad emblema di sensualità e seduzione. Freud afferma che la mela evoca il seno femminile e va considerata nella sua capacità di nutrire.

Paolina Borghese – Canova.

Per le sue origini antiche la mela è spesso presente in miti, leggende e tradizioni.

  • IL FRUTTO DELL’AMORE

Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più
alto; la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono raggiungerla.
(Saffo)

 Cidippe con la mela di Aconzio – Paulus Bor. 

Nell’antica Grecia, lanciare una mela equivaleva a una dichiarazione d’amore. Un esempio è il mito di Aconzio e Cidippe, raccontato negli Aitia di Callimaco e nelle Heroides di Ovidio. Il giovane Aconzio, per conquistare la bella Cidippe, fa rotolare nelle sue vicinanze una mela su cui ha inciso la frase “Giuro per il santuario di Artemide che sposerò Aconzio”. Quando la ragazza raccoglie la mela e legge ad alta voce la frase, il suo diviene un giuramento e, nonostante sia promessa a un altro uomo, non può fare altro che sposare Aconzio.

 

 

  • L’ALTRA METÀ DELLA MELA

Fonte: www.flickr.com

Nel Simposio Platone, per bocca del commediografo Aristofane, riporta il mito dell’androgino. Ci fu un tempo in cui gli esseri umani erano tre: maschile, femminile e androgino (uomini tondi che univano il femminile al maschile. Dotati di grande intelligenza, avevano due facce, quattro gambe e quattro braccia). Dal momento che la loro perfezione non rispettava lo status quo, Zeus con la saetta li divise in due, tagliando a metà la “mela perfetta”. Privati della loro perfezione, gli uomini erano destinati a morire. Per prevenirne l’estinzione Zeus diede loro la possibilità di riprodursi. In questo modo gli uomini conquistarono lo stesso l’immortalità, perché anche se non fu più eterno il singolo uomo, lo divenne la loro specie. L’amore è figlio dell’incompletezza, nasce quando si ha la percezione di non essere più completi.

  • L’ALBERO DELLE MELE D’ORO

– Gaia, dea della Terra, in occasione delle nozze di Zeus ed Era, donò loro un albero di mele d’oro, che donavano l’immortalità. Dapprima Era scelse come guardiane del giardino tre ninfe: le Esperidi (Egle, Esperetusa e Aretusa), figlie del titano Atlante. In seguito dispose la vigilanza anche di Ladone, un drago a cento teste che non dormiva mai. 

Paride consegna ad Afrodite la mela d’oro – Johann C. Loth. 

 – Ciononostante Eris, dea della discordia, riuscì ad eludere la sorveglianza e a rubare una delle preziose mele. Indignata per l’esclusione dal banchetto nuziale di Peleo e Teti, per vendicarsi portò agli invitati la mela d’oro sulla quale incise la frase “Alla più bella”. Le tre dee che la pretesero furono Era, Atena e Afrodite. Giove stabilì che ad assegnare la mela fosse Paride, il principe di Troia. Ogni dea promise al giovane qualcosa: Atena, gli avrebbe donato sapienza e intelligenza, Era potenza e ricchezza, infine Afrodite l’amore di Elena, la donna più bella. Paride favorì quest’ultima, scatenando l’ira delle altre due contendenti. Afrodite aiutò Paride a rapire Elena, moglie del re di Sparta Menelao, gettando le basi della guerra di Troia

– Le mele d’oro le ritroviamo anche nel mito di Atalanta, l’intraprendente donna che combatté con gli Argonauti. L’eroina, certa delle sue abilità, decise di sposarsi solo con l’uomo che l’avrebbe sconfitta in una gara di corsa. Il giovane Ippomene, aiutato dalla dea Afrodite, prese tre mele d’oro dal giardino delle Esperidi, che gli tornarono utili per distrarre Atalanta durante la corsa e ottenere così la vittoria. Le mele d’oro sono anche l’oggetto d’interesse dell’undicesima fatica di Eracle. Il semidio dopo aver ucciso Ladone convinse Atlante, padre delle Esperidi, a raccogliere le mele per lui. Atlante, che era stato condannato a reggere la volta del cielo per qualche istante fu nuovamente libero. Chiese ad Eracle di sostituirlo, ma il semidio era molto astuto e con la scusa di fasciarsi il capo restituì il globo ad Atlante, portando a termine con successo anche quest’impresa.

  • IL FRUTTO PROIBITO

Adamo ed Eva – Masolino 

Dalla mitologia greca alla tradizione biblica è sempre la mela che nasce dall’albero della Conoscenza del Bene e del Male, l’unico che Dio avesse vietato ad Adamo e Eva. Nella Genesi la mela è il frutto proibito a cui Eva non sa resistere tentata dal serpente. La parola “mela” deriva dal latino malum, che potrebbe essere tradotto come “male”. 

«Adamo era semplicemente un essere umano, e questo spiega tutto. Non voleva la mela per amore della mela. La voleva soltanto perché era proibita. Lo sbaglio fu di non proibirgli il serpente; perché allora avrebbe mangiato il serpente».
(Mark Twain)

 

  • LA MELA AVVELENATA

Biancaneve – Walt Disney, 1937.

Nella fiaba Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs) dei fratelli Grimm, sulla quale si basa il film di animazione di Walt Disney, la mela, simbolo di gelosia e inganno, conduce la protagonista in una morte apparente, ma l’intervento tempestivo del principe e dei sette nani eviterà il peggio, ottenendo il lieto fine. 

La strega divide la mela, richiamando la natura duplice di Biancaneve: bianca come la neve e rossa come il sangue. La mela rossa indica la fine della sua innocenza e l’inizio della maturità.

 

 

  • IL RAMOSCELLO DI MELO

Gli antichi popoli celti dell’Età del Ferro avevano una mitologia politeista; tracce di questa rimangono nelle tribù gaeliche, pitte e britanne di Gran Bretagna, Irlanda, Scozia e dell’Isola di Mann. In questa mitologia la mela è emblema di fertilità e immortalità. Di legno di melo sono fatte le bacchette magiche dei druidi, la casta sacerdotale.
La mitica isola Avalon prende il nome da questo frutto. ( Aval= mela in gallese).

The Last Sleep of Arthur in Avalon di Edward Burne-Jones

  • IL BERSAGLIO DI GUGLIELMO TELL

Guglielmo Tell, eroe svizzero, era abile nell’utilizzo della balestra e riuscì a salvarsi dalla condanna a morte voluta da Geller per lesa maestà, centrando una mela posata sulla testa di suo figlio.

Fonte: http://www.favolosamente.it

  • NEW YORK: LA GRANDE MELA

L’espressione “The Big Apple” si riferisce alla città di New York. Esistono due plausibili spiegazioni:
1. Nel 1909 nel libro The wayfarer in New York di Edward S. Martin, paragonò lo stato di New York a un melo con le radici nella valle del Mississipi e il frutto a New York.
2. Nel 1920, quando i musicisti jazz suonavano nei locali pubblici, ricevevano una grande mela rossa come pagamento e iniziarono a chiamare la città Manhattan “La Grande Mela”.

Fonte: www.reteviaggi.eu

  • APPLE RECORDS

Vinile della “Apple Records”, 1968.

 

“Apple Records” è il nome della casa discografica dei Beatles, fondata nel 1968. La mela è la copertina di un famoso album della boy band.

 

 

 

 

  • APPLE

Simbolo azienda informatica “Apple” (1976).

 

La mela addentata ha origine nel 1977 e fu disegnata da Rob Janoff per il suo datore di lavoro che era un amico di Steve Jobs. Il morso rappresenta la conoscenza (nella Bibbia il melo è l’albero della Conoscenza del Bene e del Male) e richiama informazioni tecnologiche poiché “bite” (morso) si legge come “byte”. La celebre mela morsa non avrà scatenato una guerra di Troia ma una lunga battaglia legale con la Apple Records, la casa discografica dei Beatles.

 

  • «MELA COMPRO LA VESPA»

In Italia, alla fine degli anni 60′, l’azienda Piaggio propone la Vespa a dei giovani ragazzi che ambivano ad ottenere libertà ed indipendenza. 

Pubblicità Piaggio, 1968.

  • «IL TEMPO DELLE MELE»

Negli anni ’80, nel film francese di Claude Pinoteau, “Il tempo delle mele”(La Boum), che segnò l’esordio cinematografico di Sophie Marceau, la mela simboleggia l’adolescenza e le tentazioni da cogliere e non lasciarsi sfuggire. 

Una scena del film “Il tempo delle mele”, 1980. 

  • LA «MELEVISIONE»

La “Melevisione” è un programma televisivo per bambini, trasmesso dalla Rai a partire dal 1999. I protagonisti sono i tradizionali personaggi delle fiabe (folletti, gnomi, principi, re, principesse, streghe, fate, lupi, orchi, balie, ecc…). Il folletto Tonio Cartonio accoglie ad ogni puntata il bambino di “città laggiù” e lo intrattiene con le storie del Fantabosco. La “melevisione” è un apparecchio che, per mostrare i cartoni animati, deve essere alimentata con la frutta, tra cui la mela. 

Logo del programma televisivo Melevisione. 

  • ASSASSIN’S CREED

Assassin’s Creed

“Assassin’s Creed” è una serie di videogiochi. Tutto inizia nel settembre del 2012, quando il barista Desmond Miles si risveglia all’interno dei laboratori delle Industrie Abstergo. Desmond è stato “scelto” per una missione per via del suo antenato Altaïr, un membro della setta degli Assassini vissuto durante la Terza Crociata in Terra Santa; i dirigenti dell’Abstergo sono interessati alla mela dell’Eden.

  • «COGLI LA PRIMA MELA»

Cogli la prima mela è il quinto album da studio del cantautore italiano Angelo Branduardi.

  • CURIOSITÀ

Gli ebrei, durante il pranzo di Natale, mangiano fette di mele intinte nel miele per assicurarsi la prosperità dell’anno nuovo. La mela è la protagonista negli USA in versione caramellata, la base del famoso strudel o della torta/pie. Un gioco popolare dei bambini è quello di intingere la testa in una bacinella d’acqua per recuperare quante più mele possibili con il solo aiuto della bocca.

  • 5. CITAZIONI
  1. Una mela non cade lontano dall’albero (Proverbio)
  2. L’indipendenza cadrà, come una mela matura. Il solo problema è il come e il quando. (Mahatma Gandhi)
  3. Una mela fradicia guasta tutte le altre. (Giovanni Verga)
  4. Quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore: «I tuoi semi vivranno nel mio corpo, e i tuoi germogli futuri fioriranno nel mio cuore, e la tua fragranza sarà il mio respiro, e insieme noi godremo attraverso le stagioni». (Kahlil Gibran)
  5. Anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia.“ —  Renato Guttuso

 

Pubblicato in Antropologia Culturale, Il caffè storico | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

LE ORIGINI DELL’UNIVERSO

Fino al 1924 si credeva che la galassia fosse l’intero universo; poi, con il telescopio di Mount Wilson, gli astronomi scoprirono che la nostra galassia è solo una fra le tante e che l’universo è immensamente più grande.

I modelli che hanno tentato di dare una spiegazione alla nascita e all’evoluzione dell’universo sono stati due:

– il modello stazionario in cui l’universo in espansione è caratterizzato da una continua creazione di materia che ne garantisce il mantenimento. 

– il modello inflazionario secondo il quale l’universo non è sempre esistito, ma è nato in seguito a una grande deflagrazione  nota come Big Bang , termine coniato nel 1949 da Fred Hoyle, durante un programma radiofonico sulla BBC per denigrare la teoria del “Grande Scoppio”. La Big Bang theory è stata formulata da Alexander Friedmann nel 1929 e completata da George Gamow nel 1940.

In origine tutto era concentrato in un atomo, dalla densità e gravità infinite: tempo e spazio erano azzerati e la temperatura era elevatissima. Il nucleo di energia è esploso e ha cominciato a dilatarsi, creando lo spazio in cui si espandeva. In una frazione infinitesima di secondo, il volume dell’Universo crebbe miliardi di volte, mentre la temperatura scese rapidamente. L’energia si condensò prima in particelle elementari (elettroni, protoni, neutroni,antielettroni, fotoni, neutrini, ecc. ), poi nei primi nuclei atomici. L’Universo rimase una nebulosa di radiazioni e gas, finché elettroni e nuclei si unirono, formando un gas di idrogeno e, in parte minore, di elio. Dopo milioni di anni si erano già formati i primi agglomerati di materia, che aggregandosi a loro volta per l’attrazione gravitazionale, daranno vita a stelle e a tutti gli altri corpi celesti.

  • L’ESPANSIONE DELL’UNIVERSO E LA RADIAZIONE COSMICA

 

La Big Bang Theory è suffragata dalla legge sull’espansione dell’universo di Edwin Hubble. Nel 1929 l’astronomo e astrofisico statunitense Hubble scoprì che le galassie si allontanano alla velocità di migliaia di km/s e più è grande la loro distanza dalla Terra e più è alta la velocità di allontanamento. La sua ricerca scientifica ha permesso di calcolare le distanze nello spazio e di stimare all’incirca l’età dell’Universo.

Ad accreditare il modello inflazionario è anche la scoperta della radiazione cosmica, ovvero l’espulsione elettromagnetica originata pochi istanti dopo il Big Bang, che fu individuata da A. Penzias e R. Wilson. Nel 1965 i due ricercatori americani stavano mettendo a punto un’antenna per seguire alcuni satelliti artificiali messi in orbita per le comunicazioni. L’antenna captava microonde che provenivano con uguale intensità da tutte le direzioni dello spazio. Si trattava di un resto della radiazione primordiale.

Potrebbe interessarti ⇒ Tributo a Stephen Hawking: l’astrofisico della ‘Teoria del Tutto’

 

 

 

 

Pubblicato in Il caffè storico, Storia Antica | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 1 commento

GLI ALTRI MILESII

Mileto fu il luogo di nascita di personalità eclettiche e curiose. Accanto alla celebre triade (TaleteAnassimandroAnassìmene) è possibile annoverare altri nomi come:

  1. ALESSANDRO CORNELIO POLIISTORE : Grammatico vissuto nella tarda età repubblicana (I sec. a. C.). Scrisse opere antologiche ed erudite di carattere storico – geografico. Fu fatto prigioniero dai romani durante le guerre mitridatiche (88-85 a. C.). Grazie alle sue doti di pedagogo fu liberato, assumendo il tria nomina del patrono: Cornelio. Il suo libro Sulla Giudea fu utilizzato dallo storico romano Flavio Giuseppe.
  2. ARCTINO: Poeta epico vissuto al tempo delle prime olimpiadi (tra il 775 – 741 a. C.) Scrisse poemi  appartenenti al ciclo troiano, che non ci sono pervenuti, ma di cui abbiamo testimonianza nella Crestomanzia di Proclo (Χρηστοµαθία γραµµατική della quale sono rimasti alcuni frammenti citati da Fozio). L’Etiopide (in cinque libri) narra l’avvento delle Amazzoni sotto Pentesilea, in aiuto di Priamo, e del loro sterminio da parte di Achille; della venuta dell’etiope Memnone, figlio di Titone e di Eos, anch’egli sconfitto dall’eroe greco. Il poema si conclude con la morte di Achille, ferito mortalmente al tallone da Paride con l’aiuto di Febo Apollo, e  la contesa tra Odisseo ed Aiace Telamonio per chi dovesse aggiudicarsi le armi del pelide. L’Iliou Persis (in due libri), invece, narra la presa e il sacco della città di Ilo. 
  3. ARISTIDE: Scrittore vissuto intorno al II a. C. Scrisse una raccolta di novelle, le Milesiakà (Μιλησιακά), tradotte in latino da Lucio Cornelio Sisenna, di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti. I contenuti, a sfondo erotico, celebravano l’ingegno di seduttori e donne licenziose. Una caratteristica è l’inserimento di altri racconti all’interno della cornice principale (Cfr. Petronio “Satyricon” Apuleio “Le Metamorfosi”). Ovidio, accusato di immoralità per aver scritto l’Ars amatoria, nei Tristia accenna all’opera di Aristide parlando di «Milesia crimina», espressione che ne sottolinea l’aspetto libertino. 
  4. ECATEO: Geografo e storico vissuto tra la fine VI – inizi V a. C. Un frammento di Suda attesta che egli fu il primo storico a scrivere in prosa. Erodoto racconta che Ecateo tentò invano di dissuadere i suoi concittadini dall’entrare in guerra contro i Persiani, enumerando tutti i popoli dominati da Dario. In seguito fu poi tra gli ambasciatori che trattarono la pace col satrapo Artaferne.                                          Ecateo scrisse in dialetto ionico e con uno stile semplice:
    Periegèsi ο Giro della Terra (Περιηγήσις): opera in due libri che descriveva i suoi viaggi lungo il periplo del Mediterraneo sia dal punto di vista geografico che storico-antropologico. Come Anassimandro, anch’egli disegnò una carta della Terra, raffigurata come un grande disco ove le terre, divise in due continenti di uguale estensione, erano circondate dall’Oceano: Europa a nord ed Asia (con Libia, cioè Africa) a sud.     – Le Genealogie (Γενεαλογίαι): un’opera in 4 libri di natura storica-genealogica, che intendeva esporre cronologicamente episodi mitici e fatti storici. Ecateo tentò una razionalizzazione dei miti. Ad esempio, avendo esperito personalmente che non vi fosse alcuna via di accesso all’Ade presso il Tenaro, comprese che Eracle non portò a Euristeo un cane infernale di nome Cerbero, ma un serpente chiamato “cane di Ade” a causa del suo veleno letale. In questo modo prese le distanze dal mito, dimostrando di riuscire a estrapolare dalla leggenda una spiegazione logico – razionale. 
  5. ESCHINE: Retore del I secolo a. C. Insieme ad Eschilo di Cnido, Menecle e Ierocle d’Alabanda, fu rappresentante dell’asianesimo, uno stile oratorio ellenistico sorto ad Atene nel III sec. a. C., che ha come caratteristiche artificiosità linguistica e frasi spezzate. 
  6. ESICHIO: lessicografo vissuto a cavallo tra V e VI secolo d.C, detto Illùstrios. Scrisse Storia universale (Βιβλίον ἱστορικὸν ὡς ἐν συνόψει κοσμικῆς ἱστορίας) un’opera in sei libri che narra i fatti storici dal regno assiro di Belo, sino alla morte dell’imperatore Anastasio I Dikoros (491 – 518). Di quest’opera è stato tramandato un ampio frammento appartenente al sesto libro, in cui è trattata la storia di Bisanzio. A lui sono attribuiti anche  uno scritto di carattere storico dedicato al regno di Giustino (518-527) e un Nomenclatore (᾿Ονοματολόγος), una raccolta di notizie sugli autori antichi, elencati in ordine cronologico e classificati per categorie letterarie (poeti, filosofi, ecc.) che non c’è pervenuta, ma un suo estratto fu utile al patriarca Fozio e alla stesura del lessico di Suda. 
  7. FOCILIDEpoeta elegiaco attivo nella seconda metà del VI secolo a.C. Le sue massime divennero proverbiali e ognuna è introdotta dalla formula “anche questo è di Focìlide” (καὶ τόδε Φωκυλίδεω). Ci sono pervenuti solo diciotto frammenti in distici elegiaci o in esametri di massimo tre versi, in cui l’autore esprime la sua misoginia, loda la giustizia e l’agricoltura e riporta alcuni episodi storici, come la distruzione di Ninive (612 a. C.) ad opera di Ciassare, re dei Medi.
  8. IPPODAMO architetto vissuto fra la fine del VI e la seconda metà del V secolo a.C. che teorizzò per primo la necessità di progettare schemi planimetrici regolari a livello urbanistico. Dopo le guerre persiane gli fu affidata da Pericle la costruzione della zona portuale del Pireo (presso Atene) e intorno al 445-444 a. C. partecipò alla fondazione di Turii, in Magna Grecia.                                  Aristotele gli attribuisce uno schema a griglia con strade intersecanti ad angolo retto, delimitando gli isolati residenziali, le aree sacre (templi) e spazi pubblici per le attività commerciali, culturali e il confronto politico. In questa città ideale gli abitanti non avrebbero dovuto superare la soglia dei 10.000 e sarebbero stati divisi in tre classi: artigiani, agricoltori e soldati.  Nello schema ippodameo le poche strade ortogonali (πλατεῖαι, platêiai) si intersecano con una fitta rete di strade secondarie (στενωποί, stenōpói), dividendo lo spazio in isolati quadrangolari regolari. Tale piano urbanistico era già stato applicato in età arcaica nelle città coloniali d’Occidente (Megara Iblea, Imera, Agrigento, Naxos e Metaponto).
  9. ISIDORO architetto bizantino che con Antemio di Tralle progettò la maestosa Basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli su commissione di Giustiniano I. Isidoro fu determinante per la trasmissione degli scritti di Eutocio di Ascalona, ovvero commentari sulla matematica di Archimede e Apolonnio.
  10. LEUCIPPO Filosofo vissuto nella prima metà del V a. C. di cui si hanno così poche notizie da indurre i critici persino a negarne l’esistenza. Secondo Diogene Laerzio abbandonò Mileto dopo la rivoluzione aristocratica del 450 a. C. per recarsi ad Elea (odierna Velia in provincia di Salerno), dove sarebbe stato allievo di Zenone. In seguito si recò ad Abdera (Tracia), dove conobbe Democrito e con lui fondò la concezione filosofica dell’atomismo, di cui si parlerà meglio in seguito.

BIBLIOGRAFIA

  • F. Jacoby, Die Fragmente der griechischen Historiker, Berlino 1923 .
  • A. Severyns, Recherches sur la Chrestomathie de Proclos, I-IV, Paris 1938-
    1963.
  • M. L. West, “Iliad” and “Aethiopis”, in CQ, New Series, Vol. 53, No. 1 2003.
  • Ovidio, Tristia II.
  • Plutarco, Vita di Crasso.
  • Erodoto, Storie, intr. di K.H. Waters, a cura di L. Annibaletto, 2 voll., Milano 2000
  • K. Meister, Die Griechische Geschichtsschreibung: von den Anfängen bis zum Ende des Hellenismus, Stuttgart Berlin Köln 1990; ed it. La storiografia greca. Dalle origini alla fine dell’Ellenismo, trad. di M. Tosti Croce, Roma-Bari 1992
  • D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma-Bari 1990
  • F. Montanari, Storia della letteratura greca, Roma-Bari 1998
  • A. Momigliano, «Il razionalismo di Ecateo di Mileto», in Terzo contributo alla storia degli studi classici e del mondo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1966.
  • V. Costa, Esichio di Mileto, Johannes Flach e le fonti biografiche della Suda,  in Atti dell’Incontro Internazionale Vercelli, 6-7 Novembre 2008, a cura di G. Vanotti, Edizioni Tored, 2010.
  • G. Fraccaroli, I lirici greci, I, Torino 1910
  • Aristotele, Politica, 1267b, 22 e seguenti.
  • Aristotele, Fisica, UTET 1999.
  • Aristotele, Metafisica, Laterza 1973.
  • P. Lo Sardo, Verso il canone della Polis, in Emanuele Greco (a cura di), La città greca antica: istituzioni, società e forme urbane, Roma, Donzelli, 1999
  • D. Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, IX, 30.

 

Pubblicato in Età Classica, Il caffè storico, Storia della Filosofia Antica | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

ANASSÌMENE DI MILETO: L’ARIA

ANASSIMENE

 

Discepolo di Anassimandro, Anassimene visse a Mileto tra il 585 – 528 a.C. al tempo in cui Ciro il persiano distrusse Creso. È autore di un’opera intitolata Περί Φύσεως (Sulla Natura), di cui ci sono pervenuti pochi frammenti e sporadiche testimonianze.

 

Come Talete ha individuato l’archè, il principio di tutte le cose, in un determinato elemento naturale, che egli ravvisa nell’aria (πνεύμα = soffio/aria; il concetto rimanda anche a ψυχή = anima).

Come Anassimandro, invece, attribuisce all’archè infinità e un movimento eterno, ingenerato ed incorruttibile. Inoltre concorda con il suo predecessore sulla ciclicità delle cose del mondo, che nascono e si dissolvono, secondo l’ordine del tempo, nel principio originario. Non concorda con il suo maestro sulla scelta dell’apeiron quale principio di tutte le cose, in quanto la sua indeterminatezza lo pone oltre la nostra conoscenza sensibile. Come potrebbero realtà determinate (sasso, pianta) avere origine, consistenza e fine in qualcosa di indeterminato?

Anassimene ha messo in equilibrio la natura di Talete con l’infinito di Anassimandro, in quanto l’aria è definita qualitativamente (anche se ha un’identità minima, trasparente ed impalpabile è pur sempre un elemento presente in natura), ma indefinita quantitativamente, perché si trova ovunque.

Tra tutti gli elementi esistenti in natura scelse proprio l’aria, perché la respirazione è indispensabile per la vita di tutti gli esseri. Inoltre dall’osservazione degli agenti atmosferici intuì che l’aria muta la sua forma per dare origine ai diversi fenomeni: vento, nuvola, pioggia…

Secondo il milesio l’aria opera sia a livello cosmico/fisico, sia a livello umano e costituisce la nascita e la vivificazione tanto degli uomini quanto dell’universo nella sua totalità (panpsichismo: tutto respira). Il suo frammento recita:

«Come l’anima nostra, che è aria, ci sostiene, così il soffio e l’aria circondano il mondo intero».

Anassimene identifica l’anima che infonde la vita nel corpo con l’aria che entra ed esce da esso, ovvero con il respiro.

Supponendo che tutte le cose siano formate con un diverso livello di aggregazione dell’aria, egli spiega come l’aria darebbe origine a tutte le altre forme, diverse e contrarie, esistenti in natura. Anassimene attesta che dalla condensazione dell’aria si producono vento, nuvola, acqua, terra e viventi; mentre dalla  sua rarefazione il fuoco e le stelle. 

Infine, per il filosofo, la Terra avrebbe una superficie piatta sospesa nell’aria, attorno a cui ruotano gli astri, anch’essi risultato della rarefazione.

I FILOSOFI DI MILETO:

  1. TALETE DI MILETO: L’ACQUA
  2. ANASSIMANDRO DI MILETO: L’APEIRON

ALTRI ARTICOLI DI STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA:

  1. IL MITO
  2. I PRESOCRATICI
Pubblicato in Età Classica, Il caffè storico, Storia della Filosofia Antica | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento